1762 : l’Affaire Calas – le supplice d’un innocent

Breve Riassunto

Questo video racconta la storia di Jean Calas, un uomo ingiustamente accusato e giustiziato a Tolosa nel 1762 a causa di pregiudizi religiosi. L'episodio esplora il contesto storico e religioso della Francia del XVIII secolo, segnato da intolleranza verso i protestanti, e come una serie di eventi e decisioni errate portarono a una tragica ingiustizia. Grazie all'intervento di Voltaire, il caso Calas divenne un simbolo della lotta contro il fanatismo religioso e per la tolleranza, culminando nella riabilitazione postuma di Calas e nella concessione di una pensione alla sua famiglia.

  • Intolleranza religiosa e pregiudizi contro i protestanti nella Francia del XVIII secolo.
  • Errata gestione delle indagini e del processo da parte delle autorità locali di Tolosa.
  • Importanza dell'intervento di Voltaire nel trasformare un caso giudiziario in una battaglia per la tolleranza e la giustizia.
  • Riabilitazione postuma di Jean Calas e riconoscimento dell'ingiustizia da parte dello Stato.

Introduzione

Il video introduce l'affare Calas, un caso giudiziario del XVIII secolo a Tolosa che, da semplice dramma familiare, si trasformò in uno scandalo a causa dell'intolleranza religiosa e della parzialità della giustizia. Jean Calas, un protestante, fu ingiustamente accusato dell'omicidio del figlio, portando a un processo che sconvolse l'opinione pubblica e indignò i filosofi. Grazie all'impegno di Voltaire, l'affare divenne un simbolo universale della lotta contro il fanatismo religioso e per la tolleranza.

La Notte del 13 Ottobre 1761

La notte del 13 ottobre 1761, a Tolosa, la famiglia Calas si trovava nella propria casa. Dopo cena, Marc-Antoine, il figlio maggiore, fu trovato morto, impiccato dietro la porta del negozio di famiglia. Inizialmente, la famiglia, temendo le conseguenze legali e sociali del suicidio, cercò di nascondere la verità, affermando che Marc-Antoine era stato trovato privo di sensi. Questa decisione si rivelò fatale, poiché alimentò le voci e i sospetti della comunità.

La Rivelazione e le Accuse

Nella Francia del XVIII secolo, il suicidio era considerato una trasgressione morale e religiosa, punibile anche post mortem con la confisca dei beni e la perdita dell'onore per la famiglia. I Calas, nel tentativo di proteggere la memoria del figlio e la propria reputazione, non rivelarono subito la verità. Tuttavia, la rumeur pubblica iniziò a diffondersi, accusando Jean Calas, protestante, di aver ucciso il figlio per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo.

L'Arresto e l'Intervento del Capitoul

Il capitoul David de Baudrig, magistrato municipale di Tolosa, si lasciò influenzare dal clima di tensione e dalle voci popolari, arrestando l'intera famiglia Calas, inclusa la serva cattolica Jeanne Vigère, senza condurre un'indagine approfondita. Baudrig si convinse che si trattasse di un assassinio religioso, alimentando ulteriormente l'isteria collettiva e trasformando l'evento in uno scandalo pubblico.

Contesto Storico e Religioso

Per comprendere l'affare Calas, è necessario considerare il contesto storico e religioso della Francia. L'Editto di Nantes del 1598 aveva garantito una relativa pace religiosa, ma le tensioni tra cattolici e protestanti persistevano. La revoca dell'Editto di Nantes nel 1685 da parte di Luigi XIV aveva reso il culto protestante illegale, portando a persecuzioni e all'esodo di molti protestanti. Inoltre, le divisioni interne al cattolicesimo tra gesuiti e giansenisti contribuivano a un clima di intolleranza e sospetto.

Toulouse: Un Bastione Cattolico

Tolosa era un importante centro cattolico, profondamente segnato dalle guerre di religione. Il ricordo del massacro dei protestanti nel 1562 era ancora vivo, alimentando un clima di sospetto e ostilità verso i protestanti. In questo contesto, una semplice rumeur poteva trasformare un dramma in una crociata, e i protestanti erano visti come eretici e traditori.

I Protagonisti: La Famiglia Calas

Il video presenta i membri della famiglia Calas: Jean, il padre, un mercante di tessuti rispettato ma limitato dalle leggi discriminatorie contro i protestanti; Marc-Antoine, il figlio maggiore, frustrato per non poter esercitare la professione di avvocato a causa della sua fede; Pierre, il secondo figlio, testimone chiave degli eventi; Louis, il terzo figlio, convertito al cattolicesimo, la cui scelta aveva creato una frattura familiare; Anne Rose, la madre, sconvolta dalla tragedia; Gobert Lavesse, un ospite di passaggio; e Jeanne Viguer, la serva cattolica, anch'essa arrestata.

La Notte del Dramma e le Prime Indagini

La notte del 13 ottobre 1761, dopo la scoperta del corpo di Marc-Antoine, i Calas presero la decisione di non rivelare la verità sul suicidio, temendo le conseguenze legali e sociali. Questa scelta alimentò le rumeur e le accuse. L'indagine condotta dal capitoul Baudrig fu superficiale e influenzata dai pregiudizi religiosi, portando all'arresto dell'intera famiglia.

L'Istruttoria e il Processo

L'istruttoria fu condotta in un clima di sospetto generalizzato, con violazioni delle procedure legali e l'uso di monitoires per sollecitare testimonianze a favore dell'accusa. Il processo, iniziato il 18 novembre 1761, vide i Calas senza assistenza legale, costretti a difendersi da soli contro un tribunale già convinto della loro colpevolezza. La pressione pubblica e il desiderio di trovare un colpevole influenzarono pesantemente il giudizio.

La Tortura e la Condanna

Jean Calas fu condannato a morte e sottoposto alla "question", ovvero alla tortura, sia ordinaria che straordinaria, per estorcergli una confessione. Nonostante le sofferenze, Calas continuò a proclamare la sua innocenza e quella della sua famiglia. Il 10 marzo 1762, fu giustiziato sulla pubblica piazza, con il supplizio della ruota, uno dei più atroci dell'epoca.

La Reazione e l'Intervento di Voltaire

Dopo l'esecuzione di Jean Calas, il resto della famiglia fu colpito da varie pene. Tuttavia, l'affare Calas non si concluse lì. Voltaire, venuto a conoscenza della vicenda, iniziò a dubitare della colpevolezza di Calas e, dopo un'attenta indagine, si convinse della sua innocenza. Voltaire trasformò il caso in una battaglia per la tolleranza religiosa e la giustizia, mobilitando l'opinione pubblica e le élite europee.

Il Trattato sulla Tolleranza e la Riabilitazione

Voltaire pubblicò nel 1763 il "Trattato sulla tolleranza", un'opera che, partendo dal caso Calas, difendeva la libertà di coscienza e la tolleranza religiosa. Grazie alla sua campagna, il Consiglio del re ordinò una nuova istruttoria a Parigi, che portò alla riabilitazione solenne di Jean Calas il 9 marzo 1765. La famiglia Calas ricevette una pensione, e lo Stato ammise implicitamente l'errore giudiziario.

Conclusione e Eredità

L'affare Calas seminò il seme della giustizia indipendente e della libertà di coscienza. Sebbene le condizioni dei protestanti non migliorarono immediatamente, l'evento segnò un passo importante verso il riconoscimento dei diritti civili e della libertà di culto, sanciti successivamente dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789. Voltaire, concludeva spesso le sue lettere con l'invito a "écrasez l'infâme", ovvero a combattere il fanatismo, la superstizione e l'intolleranza.

Summarize any YouTube video in seconds

Get summaries like this one for any video, in your language, with the free Summ app.

Download on the Apple Store
Get it on Google Play

Trascrizione

YouTube Transcript Generator

0:01 Bienvenue dans la suite de notre trilogie consacrée aux grandes enquêtes de l'histoire de France à l'époque de l'ancien régime. Dans le premier épisode, nous avions exploré les ombres du 17e siècle avec l'affaire des poisons, ce scandale sulfureux qui avait éclaboussé la cour de Louis XIV. Aujourd'hui, nous restons dans le registre des crimes et des procès, mais nous changeons totalement de décor. Direction Toulouse, au cœur du 18e siècle, nous allons raconter une affaire qui, à première vue, aurait pu rester un simple drame familial, la mort tragique d'un jeune homme dans sa maison. Mais ce drame va se transformer en l'un des plus grands scandales judiciaires de l'époque. Une affaire où l'intolérance religieuse, les rumeurs populaires et la partialité de la justice vont conduire

0:49 un innocent à une mort atroce. C'est l'affaire Calas, un procès qui a bouleversé l'opinion, indigné les philosophes et qui, grâce à l'engagement acharné de Voltaire est devenu un symbole universel, celui du combat contre le fanatisme religieux et de l'exigence de tolérance. Pensez à vous abonner si ce n'est pas déjà fait et à laisser un commentaire ici ou sur le compte Instagram Autrement l'histoire, le podcast. Allez, on commence. 13 octobre 1761 à Toulouse. La nuit est

1:35 tombée depuis peu sur Toulouse. En ce 13 octobre 1761, la ville paraît calme. Les ruelles étroites du centre bruissent encore de quelques pas pressés. Mais déjà les volets se ferment, les chandelles s'éteignent. Rue des Filatiers, artères commerçantes où s'alignent les échopes de draps et de soires. Une maison garde la lumière allumée. C'est la maison de la famille Calas. À l'étage, on vient de terminer le dîner. Jean Calas, le père marchand de tissu depuis plus de 40 ans, a partagé son repas avec sa femme Anne Rose, ses enfants et un jeune invité de passage, Gobert Lavesse. La soirée a été paisible. Marc-Antoine, l'aîné 28 ans,

2:23 est resté comme à son habitude assez silencieux, un peu distant, on le dit mélancolique renfermé. Après le repas, chacun s'affaire à ses habitudes. On range la table, on souffle les quelques chandelles et vers 10h, la veste décide de rentrer. Pierre, le fils cadé l'accompagne avec un flambeau pour l'éclairer dans la rue. Les deux jeunes hommes descendent l'escalier qui mène à la boutique qui donne ensuite sur la rue. Et c'est là que tout bascule. À peine la porte franchit, il découvre une scène effroyable. Marc-Antoine, le frère aîné est suspendu entre les battants de la porte du magasin. Son corps se balance lentement,

3:08 la corde serrée autour de son cou. Le flambeau vacille, projetant des ombres mouvantes, inquiétantes sur les murs. Pendant quelques secondes, Pierre et la veste restent figé, incapable de comprendre ce qu'il voit. Puis un cri éclate. Pierre lâche presque la torche. Il hurle. appelle son père, sa mère, toute la maison. Jean Calas à court. Quand il découvre le corps de son fils, sa douleur explose. On détache Marc-Antoine à la hâte, on l'étend sur le sol. Autour de lui, c'est la confusion. Les gestes sont désordonnés entre tentative de le ranimer et sanglot. La veste, bouleversée, court chercher un chirurgien. Mais il est trop

3:56 tard, Marc-Antoine est mort. Ce drame déjà terrible en lui-même va en engendrer un autre. Car dans la France du 18e siècle, mourir par suicide n'est pas une mort ordinaire, c'est une transgression morale, religieuse et même sociale. L'église considère le suicide comme un péché et la justice royale, bien que laïque en principe peut prononcer des peines postumes. Le corps est parfois traîné face contre terre dans les rues, pendu à un gibé privé de sépulture chrétienne. Quant à la famille, elle est souvent ruinée. Les biens peuvent être confisqués et l'honneur est perdu. Les Calasses le savent et dans l'affolement,

4:42 sans doute pour préserver la mémoire de leur fils et protéger ce qui reste de leur réputation, ils choisissent de ne pas dire qu'il s'est pendu. Jean Kalas, sans doute accablé de chagrin, affirme d'abord que Marc-Antoine a été retrouvé inconscient. Ce silence, cette omission, cet instinct de défense va leur coûter très cher. Très vite, des curieux se massent devant la maison. On chuchote, on questionne, on prétend que Marc-Antoine voulait devenir catholique et que son père, protestant obstiné, aurait préféré le tuer plutôt que de le voir aburer. Alors, la rumeur enfle et bientôt, elle devient une certitude. Pour la foule

5:27 rassemblée, les Calasses ont tué leur fils pour l'empêcher de se convertir. Les murmures deviennent des accusations. On s'indigne, on menace. Certains prient à voix haute pour le salut de l'âme de Marc-Antoine, déjà considéré comme un martyre de ce que les catholiques appellent la vraie foi. C'est dans cette atmosphère de tension qu'arrive l'autorité municipale. On frappe à la porte. C'est le capitou David de Baudrig. Il entre avec sa garde. Pour rappel, à Toulouse, les capitoules sont les magistrats municipaux. Ils sont huit au total élus parmi les notables, renouvelés chaque année et entérinés par le roi. Il cumulent un double pouvoir administratif

6:15 et judiciaire. Ce ne sont pas des juges professionnels comme ceux du Parlement, mais ils instruisent tout de même les affaires criminelles locales. En d'autres termes, ce sont eux qui gouvernent et qui jugent. Ce soir-là, c'est Baudrig qui est le service. Il entre dans la boutique, observe la scène, mais sans prendre le temps d'enquêter correctement, il ne respecte ni les règles fixées par l'ordonnance criminelle de 16170 qui exige pourtant des constats rigoureux et une préservation minutieuse de la scène, ni les exigences élémentaires d'impartialité. Il ne procède ni à une perquisition complète, ni à l'interrogatoire formel des témoins. Son jugement est immédiat. Il se laisse convaincre par le tumulte

7:01 populaire et puis dans son esprit, l'affaire prend une tournure évidente. Il s'agit d'un assassinat religieux. Alors, sans plus d'hésitation, il fait arrêter toute la maisonnée. Jean Calas, son épouse Anne Rose, leur fils Pierre, l'invité la veste et même la servante Jeanne Vigère, pourtant catholique et fidèle à la famille depuis 25 ans. Tous sont emmenés à l'hôtel de ville. Derrière eux, la foule hurle. Certains brandissent des torches, d'autres récitent des prières. On acclame déjà Marc-Antoine comme un saint, comme un martyre. Dans l'esprit de la majorité des Toulousains présents ce soir-là, l'affaire est entendue. Un fils tenté

7:47 par la vraie foi a été tué par son père protestant. Une affaire qui va rapidement dépasser les murs de Toulouse, choquer la France entière et mobiliser l'un des plus grands esprits de son siècle, Voltaire. Pour comprendre l'affaire Calas, il faut remonter en arrière. Un siècle et demi plus tôt, la France a cru trouver une solution à ses divisions religieuses. En 1598, Henri I, ancien chef protestant devenu roi catholique, signe Lady de Nante. C'est un compromis historique. Les protestants, appelés alors les réformés,

8:33 obtiennent la liberté de culte dans certaines régions et l'accès aux charges publiques et même des places fortes pour assurer leur sécurité. Pendant quelques décennies, le royaume respire un peu mieux après toutes les guerres de religion qui, semble-t-il, viennent de se terminer. Après un 16e siècle déchiré par les guerres de religion, les dit de Nantes permet une relative paix confessionnelle. Mais cet équilibre reste fragile. Dès le règne de Louis X, les tensions reprennent et sous le roi Louis XIV, la situation se détériore progressivement. Le roi, convaincu qu'un royaume fort doit être unifié dans la même foi mène une politique d'étouffement progressif

9:18 du protestantisme. Et en 1685, il franchit un cap décisif par l' dit de Fontainebleau qui révoque les dit de Nantes. Dès lors, le culte réformé devient illégal. Les temples sont détruits, les pasteurs chassés ou exécutés s'ils continuent à prêcher. Les protestants sont sommet d'abjurés. On multiplie les persécutions. Les dragonades, par exemple, qui consistent à loger des soldats chez les familles protestantes pour les contraindre à se convertir par la peur. Le royaume tout entier devient hostile à cette minorité religieuse. Environ 200000 protestants fuient la France. Ils partent vers la Suisse, l'Angleterre. les Proinces

10:03 unies, l'Allemagne, portant avec eux leur savoir-faire, leur culture et souvent leur capital. Pour ce qui reste, la vie devient un cauchemar. Le culte doit se pratiquer en cachette. Les enfants ne peuvent être baptisés que dans l'Église catholique. Les mariages réformés ne sont pas reconnus par l'État et les morts ne peuvent pas recevoir de sépulture officielles. Un siècle après la révocation, rien n'a vraiment changé. Sous Louis XV, la législation discriminatoire demeure. Les protestants surpris à prier en assemblée risquent la prison, la galère, voire la peine de mort. Ils n'ont pas d'état civil, sont exclus des métiers de prestige, ne peuvent ni plaider, ni enseigner, ni

10:50 devenir officiers. Ce ne sont pas des citoyens à part entière. On les tolère à peine tant qu'il reste discret. Mais l'intolérance religieuse ne s'arrête pas aux protestants, elle traverse toute la société. Car au même moment, une autre fracture agite le royaume, celle entre jésuite et Jean Séniste. Deux courants antagonistes au sein du catholicisme lui-même. Les Jean sénistes du nom de l'évêque Cornélius Jeanen prôent une foi austère centrée sur la grâce divine et la prédestination. Il défendent une moralité rigoureuse, s'oppose au relâchement perçu dans l'église et rejette l'influence des jésuites jugés trop indulgents. Très tôt, Rome condamne cette doctrine comme

11:37 hérétique. Mais en France, les gens sénistes trouvent des soutiens parmi les élites cultivées, notamment dans les parlements de province. Ces cours de justice qui font aussi office de contrepouvoir face à l'absolutisme royal. En 1711, il fait détruire l'abay de port royal des Champs, foyer intellectuel jancéniste. Mais la pensée survit et devient au 18e siècle un véritable courant d'opinion. Dans certaines régions, surtout dans le midi, l'influence gensiste reste forte, notamment parmi les magistrats et les notable. On y trouve une forme de catholicisme rigoureux, parfois fanatique, qui se méfie à la fois des protestants, des jésuites et de l'autorité du roi. Et

12:23 dans ce contexte tendu, Toulouse occupe une place particulière. La ville n'est pas seulement une grande cité du sud, c'est un bastion catholique militant profondément marqué par les souvenirs sanglants des guerres de religion. Les Toulousains n'ont jamais oublié la Pente-côte de 1562 quand les protestants avaient tenté de s'emparer du Capitol, l'hôtel de ville, avant d'être massacré par milliers. Ce souvenir est resté vivace. Chaque année encore, malgré les interdictions royales, certains commémorent cette victoire par des processions religieuses non autorisé mais largement toléré. À Toulouse, une simple rumeur peut suffire à transformer un drame en croisade. Dans

13:11 l'imaginaire collectif, les protestants ne sont pas seulement des dissidents, ce sont des hérétiques, des traîtres à la fois, voire des ennemis de l'ordre établi. Et c'est dans ce climat étouffant et toxique que survient l'affaire Calas. Avant les juges, les polémiques et les philosophe, il y a une maison, une famille, des visages. Loin des symboles et des débats, l'affaire Calas commence avec une tragédie intime vécue dans le silence des murs domestiques. Jean Calas, ses enfants et ses proches ne savent pas encore que leur quotidien va basculer et s'inscrire dans l'histoire. [Musique]

14:01 Jean Kalas, c'est donc le père. En 1761, il a 63 ans. Protestant depuis plusieurs générations, les Calasses vivent dans la discrétion. Jean est marchand de drap depuis plus de 40 ans dans sa boutique de la rue des Filatiers. Il est respecté dans son quartier. Il n'a jamais pu exercer de fonctions publiques ni accéder à certaines professions à cause de sa foi. Comme tous les réformés en France, il vit dans un équilibre précaire, toléré tant qu'il reste discret mais toujours soupçonné. Il ne peut pas faire baptiser ses enfants selon son culte, ni les marier officiellement. Il transmet pourtant ses convictions en silence avec Constance à l'ombre de leur petit foyer. Avec sa femme Anne Rose, il a eu six enfants,

14:46 quatre fils et deux filles. Il a tout fait pour leur offrir une vie stable malgré les obstacles. Il travaille dur et reste fidèle à sa foi sans la brandir. Il compose avec une société qui l'exclut mais il ne se révolte pas. Marc-Antoine c'est l'aîné. Il a 28 ans en 1761. Il a étudié le droit avec ambition. Il voulait devenir avocat mais il en est empêché. Sous l'ancien régime, les protestants ne peuvent pas accéder à la magistrature ni plaider dans les tribunaux. Sa formation est donc sans déboucher. Il est contraint de revenir travailler dans la boutique paternelle. Cette frustration, cette impossibilité d'exister professionnellement pèse sur lui. Il est décrit comme sombre, mélancolique, peu bavarde. Il semble se

15:34 heurter sans cesse à des murs invisibles. La religion, la loi et la société. Pierre le deuxième fils est plus jeune. C'est lui qui le soir du 13 octobre descend avec Gobert Lavesse pour raccompagner ce dernier. C'est lui qui découvre le corps de Marc-Antoine et son rôle est crucial dans le déroulé des faits. Il sera interrogé, suspecté et marqué à vie par cette terrible nuit. Louis, le troisème frère occupe une place singulière dans l'affaire. 5 ans auparavant, il a abjuré la foi protestante et s'est converti au catholicisme. Était-ce une conviction sincère ou une manière d'échapper à la marginalisation des protestants ? Personne ne le sait. Mais cette décision

16:19 a provoqué une rupture avec sa famille. Son rôle en tout cas plane sur l'affaire comme une ombre ambigue. Anne Rose, la mère est présente ce soir-là. Elle ne descend pas immédiatement. Lorsqu'elle apprend ce qui vient de se passer, elle s'effondre. C'est une femme profondément attachée à ses enfants. Ses cris, ses sanglots, ses gestes, tout dans son attitude montre l'intensité du choc. Autour du noyau familial gravitent deux autres figures clées dans le déroulement de l'affaire. D'abord, Gobert Laves, 19 ans. Il est le fils d'un avocat toulousain influent. Il arrive de Bordeaux, la veille du drame, et est invité à dîner par les Calasses. C'est un ami de passage, un témoin extérieur,

17:06 mais sa présence ce soir-là va l'engloutir dans la tourmente. Son statut aurait pu faire de lui un témoin neutre, objectif, mais dans le climat empoisonné et toxique de Toulouse, il sera très vite soupçonné, lui aussi par simple proximité avec une famille protestante. Et enfin, il y a Jeanne Viguer, la servante. Catholique fervante, elle vit chez les Calasses depuis 25 ans. Elle a contribué à élever les enfants. Elle est considérée comme un membre de la famille. Elle a même, dit-on, joué un rôle dans la conversion de Louis. Mais malgré sa foi, elle est aussi arrêtée. Car dans une affaire où l'on cherche un complot religieux, aucun détail ne protège de la suspicion. Voilà donc les

17:52 visages du drame. Une famille toulousaine sans histoire, une foi protestante vécue dans le repli, un cercle intime solide mais silencieux et une société qui autour d'eux attend le moindre faux pas pour accuser. Arrive donc ce soir-là, le 13 octobre 1761, le repas se termine à l'étage. Rien ne laisse présager ce qui va suivre. La veste se lève, Pierre l'accompagne avec une torche. Il descend à la boutique et trouve Marc-Antoine pendu entre les battant de la porte. Une corde au cou. Le choc est immédiat. Les deux jeunes hommes crient. Jean Calas descend, il découvre son fils, il le décroche, l'allonge à terre. On tente de le

18:38 ranimer, on appelle un chirurgien. Anne Rose arrive à son tour. La douleur est immense, impossible à décrire. Et c'est à ce moment dans la panique que les calasses prennent une décision. Il décide de ne pas dire la vérité sur ce qu'ils ont vu. Un suicide. Ils refusent de l'admettre. Pourquoi ? Et bien comme je le disais parce que en France au 18e siècle se donner la mort n'est pas seulement un drame personnel. C'est un acte interdit, puni, condamné. L'église refuse la sépulture chrétienne au suicidés. La justice peut infliger des peines postumes au corps, le traîner, l'exposer et ruiner moralement et socialement toute la famille. Alors Jean

19:23 Calas affirme d'abord que son fils a été retrouvé au sol comme frappé d'un malaise. Un mensonge, mais un mensonge de protection, un mensonge de père. Les voisins entendent les cris, certains arrivent, d'autres regardent depuis la rue. Très vite, les rumeurs prennent le relais et à Toulouse, elle trouve un terrain fertile. La rue, profondément catholique se méfie des protestants. On connaît la famille Kalas. On chuchote que Marc-Antoine voulait abjurer. On imagine un conflit, on invente un mobile. Marc-Antoine ne s'est pas donné la mort. Il a été assassiné par son père pour l'empêcher de se convertir au catholicisme. Il n'y a aucune preuve, aucun témoignage fiable. Mais déjà la foule croit savoir et on ne se méfie jamais assez de la

20:09 foule. Marc-Antoine est un martyre. Jean Calas un fanatique. La maison devient le centre d'une affaire qui dépasse largement ses murs et le deuil familial devient un scandale religieux et même bientôt un procès. La nuit du 13 octobre 1761, tout semble déjà jouer. Aux yeux de la foule, Jean Calas est coupable et l'affaire pourtant ne fait que commencer. Mais dans les esprits, elle est résolue. Pourtant, en théorie, la justice doit suivre un processus rigoureux. Depuis l'ordonnance criminelle de 1670, le droit pénal impose des règles précises : préserver la scène de crime, examiner le corps avec minuciie, interroger les témoins selon une procédure encadrée. L'enquête

20:57 doit être méthodique, structurée, mais dans le cas de l'affaire Calas, rien de tout cela ne sera respecté. L'homme qui va mener l'instruction, c'est David de Baudrig, comme je le disais, capitoule de Toulouse. On l'a vu, les Capitoules ne sont pas des juges professionnels. Ce sont des magistrats municipaux élus chaque année parmi les notables locaux puis validés par le pouvoir royal. Ils gèrent les affaires de la ville mais peuvent aussi instruire des affaires criminelles. David de Baudrig entre dans la boutique, jette un coup d'œil au corps, écoute quelques témoignages à la volée. Il ne prend pas le temps de préserver la scène ni d'examiner les lieux comme l'ordonnance l'impose. Il ne cherche pas à croiser les versions. Il n'interroge pas tout de suite les membres de la famille selon la forme

21:42 légale. Son diagnostic est instantané. Alors, il fait arrêter tout le monde. Le soir même, Baudrig commence l'interrogatoire de Jean Calas, le père. Celui-ci, encore sous le choc, ne dit donc pas la vérité. Il déclare que son fils a été retrouvé à terre comme foudroyé par une attaque. Ce premier mensonge va être interprété comme un aveu. Le lendemain, Jean Calas change de version. Il admet que Marc-Antoine s'est pendu et reconnaît qu'il a menti pour préserver la dignité de son fils. Mais il est trop tard. Pour Baudrig, ce revirement ne fait que confirmer sa conviction. Il n'envisage pas une erreur, ni la peur d'un père, ni la pression sociale. Il voit dans cette contradiction la preuve d'un crime

22:28 maquillé. Et ce n'est que le début. L'instruction va se dérouler dans un climat de soupçon généralisé où les règles de droit sont progressivement écartées au profit des certitudes religieuses. Et pour consolider son dossier, il a recours à une procédure redoutablement efficace, les monitoires. Il s'agit d'appel à témoins diffusés dans les paroisses, rédigé par un procureur et lu pendant la messe. Les fidèles sont sommés de témoigner sous peine d'excommunication. C'est une forme de pression spirituelle utilisée pour faire surgir des témoignages dans des affaires criminelles, mais qui, dans un contexte religieux aussi tendu que celui de Toulouse, devient une arme de persuasion massive.

23:14 Résultat, 87 dépositions sont recueillies mais aucune ne prouve quoi que ce soit. Elle répète des rumeurs, des impressions, des ondis. Certaines affirment que Marc-Antoine avait parlé de conversion. D'autres disent avoir vu la famille agiter ce soir-là, mais aucun témoignage direct, aucune preuve matérielle. Dans une justice équitable, un dossier aussi creux devrait s'effondrer. Mais à Toulouse, en 1761, la justice est poreuse à l'opinion publique. C'est le moins qu'on puisse dire. Tous sentent que la ville veut un coupable. Tous savent que la rumeur est déjà une condamnation et au lieu de s'en protéger, il l'épouse. L'instruction devient un piège logique.

23:59 Le premier silence de Jean Calas est vu comme un aveu. Le fait que toute la famille garde le silence est interprété comme une collusion. Les incohérences entre témoins ne sont pas examinées et les violations de procédures sont ignorées. Ce n'est plus une enquête, c'est une mécanique, un engrenage, une machine à accuser. Et quand viendra le procès, cette machine tournera à plein régime, sans preuvell, sans mobile établi, sans témoignage direct, mais avec l'approbation tacite d'une ville convaincue que le mal vient de la religion, de la foi de l'accusé. Le procès s'ouvre le 18 novembre 1761, un mois jour pour jour après la mort de Marc-Antoine. Le tribunal est composé de quatre capitoules et trois assesseurs. Dès

24:45 l'ouverture des débats, le ton est donné. Le procureur du roi demande des peines très lourdes. Il requiert la mort pour Jean Calas et Pierre son fils. Pour la veste, il demande les galères à perpétuité et la prison pour Jeanne Viger bien qu'elle soit catholique. Dans cette procédure, les accusés ne sont pas assistés d'un avocat. En vertu de l'ordonnance de Villet Côer qui régit encore une partie du droit pénal, la défense est en grande partie orale et personnelle. Jean Calas et sa famille doivent donc affronter seule la machine judiciaire biaisée en répondant aux accusations en se justifiant face à des juges qui dans leur majorité ont déjà une conviction intime. [Musique]

25:32 À l'extérieur l'atmosphère est électrique. Depuis les obsèques de Marc-Antoine célébré avec faste selon le rit catholique il est considéré comme un martyre. Son cortège funèbre a été suivi par une foule immense dans ce qui ressemblait davantage à une canonisation populaire qu'à une simple inhumation. Toute la ville veut un coupable. La pression est énorme. Face à cela, le tribunal opte d'abord pour une phase intermédiaire, la question préalable. La question, c'est le nom qu'on donne en fait à la torture judiciaire. Elle précède le jugement définitif. On espère y obtenir des aveux jugés comme preuve ultime. On distingue deux types. La question ordinaire pratiquée à Toulouse consiste à étirer le corps à l'aide de

26:18 cordes et de poulies. Les articulations sont disloquées. Les membres tendus à l'extrême provoquant des douleurs insoutenables. La question extraordinaire, plus violente encore, oblige le condamné à ingurgiter de force d'énormes quantités d'eau croupis. On insère un noir dans la bouche et on fait boire litre après litre jusqu'à suffocation. Jean Calas fait appel de cette décision. L'affaire remonte alors au Parlement de Toulouse, la plus haute cour de justice de la région. On pourrait croire qu'un second jugement rendu par des magistrats professionnels apporterait plus de rigueur, mais pas du tout. Le Parlement se compose de 13 juges. Loin d'apaiser les tensions, les débats s'en lisent dans la division. Pendant 10 audiences,

27:06 les juges délibèrent. Certains s'interrogent sincèrement. Il n'y a pas de preuve directe, pas d'aveu, pas de témoin du crime. D'autres, influencés par la ferveur religieuse, le climat de la ville ou par simple conformisme veulent un verdict exemplaire. Finalement, le 9 mars 1762, le jugement tombe. À 8 voix contre c Jean Calas est condamné à mort. Le verdict est glaçant. Avant son exécution, il devra subir la question ordinaire et la question extraordinaire, celle dont on vient de parler. Car dans ce dossier où les preuves font défaut, il ne reste qu'un seul espoir pour les juges, arracher une confession sous la torture. Le 10 mars au matin, Jean Calas est

27:53 interrogé une dernière fois. On lui demande d'avouer, il refuse. Il déclare encore et encore qu'il est innocent, que sa famille est innocente, que Marc-Antoine s'est pendu. Ses paroles sont claires, cohérentes, fermes, mais elles n'ont aucun poids face à la mécanique judiciaire. Et le supplice commence. La question ordinaire d'abord. Les bras, les jambes, les articulations sont tendues jusqu'au craquement. Le corps se tend. Chaque muscle tire. Jean Calas ne dit rien. Vient ensuite la question extraordinaire. On lui fait boire jusqu'à la suffocation. Sa respiration devient difficile. Il étouffe mais il ne cède pas. Ses seules paroles encore sont

28:40 celles d'un homme brisé mais digne. Il est innocent et il veut mourir dans la religion de ses pères. Dans l'après-midi, on le mène sur la place publique devant une foule venue en masse assistere à l'exécution. Le supplice choisi est l'un des plus atroces de l'ancien régime, la roue. Le bourreau commence par briser les bras, les jambes, les hanches et les côtes à coup de barre de fer. Le corps disloqué est ensuite attaché sur une grande roue verticale. Jean Calas, à demi-conscient, est exposé au regard dans une agonie terrible. Il restera ainsi 2 heures sans jamais renier sa version, sans jamais

29:25 accuser sa famille. Finalement, le bourreau l'étrangle puis son corps est jeté sur un bûcher. Les cendres sont dispersées au vent. À Toulouse, l'affaire Calas semble close. Jean Calas est mort. La ville à son coupable, les passions se calm prouvé. aucun élément matériel, aucune preuve directe, aucune confession, seulement une certitude populaire traduite par la force en une sentence. Et oui, je le disais, on ne se méfie jamais assez de la foule. Le 17 mars, le couprit tombe sur le reste de la famille. Pierre Calas est banni à perpétuité. Anne Rose, Lavesse et Jeanne Viguer sont acquittés, faute

30:12 d'éléments. Mais pour Jean, il est trop tard. Ce qui vient de se produire restera dans l'histoire judiciaire française comme l'une des plus grandes erreurs de l'ancien régime. Ce n'est plus une affaire privée, c'est une injustice publique et cette injustice va bientôt traverser les murs de Toulouse. Car à quelques centaines de kilomètres de là, un homme lit les journaux, entend les rumeurs et s'indigne. Et en cette année 1763, il prend la plume. Le nom de cet homme, Voltaire. Le meurtre de Calas, commis dans Toulouse avec le glève de la justice le 9 mars 1762 est un des plus singuliers événements

30:57 qui méritent l'attention de notre âge et de la postérité. On oublie bientôt cette foule de mort qui a péri dans des batailles sans nombre. Non seulement parce que c'est la fatalité inévitable de la guerre, mais parce que ceux qui meurent par le sort des armes pouvaient aussi donner la mort à leurs ennemis et n'ont point péri sans se défendre. Mais si un père de famille innocent est livré aux mains de l'erreur ou de la passion ou du fanatisme, alors le cri public s'élève. Chacun craint pour soi-même. Ces mots sont de Voltaire et grâce à lui, l'affaire Kalass va cesser d'être un simple fait judiciaire. Elle va devenir un combat philosophique, politique et universel. Voltaire, de son vrai nom François Marie Aroué, est alors

31:43 âgé de 68 ans. Philosophe, dramaturge, polémiste redoutable, il est l'une des figures majeures du siècle des lumières. Sa vie entière a été un combat contre l'injustice, la censure, la superstition. Il manie la plume comme une arme, utilise les réseaux de correspondance, les salons parisiens, la presse européenne et surtout il sent ce qui peut faire basculer l'opinion. Au départ, pourtant, lui aussi croit à la culpabilité de Jean Calas. Lorsqu'il apprend au printemps 1762 la mort de cet homme, il pense comme beaucoup. Un père fanatique a tué son fils pour l'empêcher de devenir catholique. Une tragédie certes mais plausible dans une société dévorée par le fanatisme religieux. Mais

32:28 bientôt des lettres arrivent à fer où il résident. des témoignages de proches, d'amis de calistrats inquiets. Tous racontent une autre histoire, un procès expédié sans aucune preuve, sans aveu et un homme qui a résisté à la torture sans fléchir. Alors Voltaire doute et puis il s'informe et il enquête. Il interroge les fils Calas réfugiés à Genève, analyse les pièces du procès, fait traduire des dépositions. Pendant plusieurs mois, il accumule les incohérences, recoupe les témoignages et démonte les rumeurs. Progressivement, une conviction s'impose. Jean Calas était innocent. Marc-Antoine ne voulait pas se

33:14 convertir. Il n'y avait eu ni complot familial, ni mobile religieux, ni trace de violence. Le plus vraisemblable, c'est le suicide causé par une mélancolie profonde et un avenir brisé. Celui d'un jeune homme protestant empêché d'exercer la profession d'avocat à cause de sa foi. Mais pour Voltaire, cette affaire dépasse de loin le seul sort de la famille Kalas. Ce qu'il voit, c'est une mécanique infernale, une rumeur religieuse qui devient certitude, une ville dominée par la haine confessionnel, une instruction biaisée, une justice aveugle et enfin un homme à mort au nom de Dieu. Ce n'est pas une erreur, c'est un crime légal commis par les institutions elles-mêmes. Alors

34:01 Voltaire se lance dans un combat. Il mobilise ses contacts, ses amis magistrats, des philosophes, des nobles, des ministres. Il écrit partout, il crée une onde choc. Peu à peu, l'affaire Calas devient nationale puis européenne et surtout il publie un livre. En 1763 paraît le traité sur la tolérance. Un texte court, incisif, bouleversant qui part du cas de Calas pour défendre une cause bien plus large, la tolérance religieuse et la liberté de conscience. Voltaire y démonte méthodiquement le procès mais surtout il interpelle et interroge. Combien d'innocents ont été tués au nom de la vraie foi ? Combien de

34:46 juges ont préféré croire les passions plutôt que les faits ? Combien de peuples vivent encore sous l'empire du fanatisme ? Le livre a un retentissement immense. Il est lu, débattu, censuré, recopié clandestinement dans toute l'Europe. Il devient une arme intellectuelle. Sous la pression de cette campagne, le Conseil du roi, l'équivalent d'une haute cour de justice, ordonne au Parlement de Toulouse de transmettre l'intégralité du dossier. Les magistrats locaux traînent, refusent, rechignent mais finissent par céder. Ils n'ont pas le choix. En 1764, une nouvelle instruction est ouverte à Paris. On relit tout à froid à distance de la rumeur toulousaine et très vite

35:32 l'évidence apparaît. Aucune preuve de la culpabilité de Jean Calas. Le 4 juin 1764, une assemblée extraordinaire de 80 juges se réunit. Il casse l'arrêt de Toulouse. Le procès est déclaré entaché de graves irrégularités et le 9 mars 1765, exactement 3 ans jour pour jour après la condamnation, Jean Calas est réhabilité solennellement par la chambre des requêtes de l'hôtel de ville de Paris. L'unanimité des juges reconnaît son innocence. Évidemment, une innocence symbolique puisque c'est bien beau tout ça, mais en attendant Jean Calas est déjà mort et disparu depuis longtemps. À Paris, la nouvelle se répand comme une traînée de

36:18 poudre. Voltaire écrit "Ce fut dans Paris une joie universelle. On s'atroupait dans les places publiques, dans les promenades. On accourait pour voir cette famille si malheureuse et si bien justifiée. On battait des mains en voyant passer les juges. On les comblait de bénédiction. Ce qui rendait encore ce spectacle plus touchant, c'est que ce jour 9 mars était le jour même où Jean Calas avait péri par le plus cruel supplice. 3 ans auparavant. Madame Calas qui avait dû fuir Toulouse et est invitée à Versailles, Louis XV lui accorde une pension ainsi qu'à ses enfants et surtout pour la première fois l'État admet implicitement qu'une injustice a été commise au nom de la foi. Est-ce que cela change tout ?

37:05 Encore les conditions des protestants restent précaires. Il faudra attendre les dit de Versailles en 1787 sous Louis X pour qu'il retrouve des droits civils et la liberté de culte ne sera consacrée qu'en 1789 avec la déclaration des droits de l'homme et du citoyen. Mais l'affaire Calas a semé une graine, celle de la justice indépendante, celle de la liberté de conscience, celle du refus de condamner un homme sur la seule base de ses convictions. Grâce à Voltaire, un fait d'hivers local devient une affaire universelle et ce combat né dans le sang et le silence d'une maison toulousaine va marquer durablement l'histoire des idées dans toute

37:52 l'Europe. [Musique] Avant de nous quitter, laissez-moi ajouter une dernière note. Voltaire qui a tant combattu pour la mémoire de Jean Calas terminait souvent ses lettres par une formule célèbre, écraser l'infemme. Par ces mots, il ne visait pas une personne mais l'infemme, ce qu'il appelait le fanatisme, la superstition, l'intolérance, tout ce qui aveugle les esprits et engendre l'injustice. Alors, je vous les adresse à mon tour. Écrasez l'infemme où qu'il soit et surtout restez curieux. 3è et dernier épisode de cette trilogie

38:38 dimanche prochain. Et d'ici là, on se retrouve mercredi pour un format plus court mais toujours avec de nouvelles découvertes historiques. Ciao. Ciao. [Musique]

Share

Riassunti di video YouTube