RACINE 🔎 PhĂšdre - Acte I scĂšne 3 (Commentaire analyse linĂ©aire)

Breve Riassunto

Questo video analizza la scena 3 dell'Atto I di "Fedra" di Racine, concentrandosi sulla tirata in cui Fedra rivela il suo amore incestuoso per Ippolito alla sua nutrice Enone. L'analisi esplora come Racine costruisce questa rivelazione per suscitare terrore e pietĂ , mostrando Fedra come vittima e colpevole.

  • Racine utilizza tecniche narrative e poetiche per esprimere l'ambiguitĂ  del personaggio di Fedra.
  • La tirata rivela la lotta di Fedra contro il destino e la sua decisione di suicidarsi.
  • L'analisi evidenzia l'influenza del giansenismo e della mitologia greca nella rappresentazione della colpa e del destino di Fedra.

Introduzione a Fedra e alla Scena

Il video introduce la scena 3 dell'Atto I di "Fedra" di Racine, una tragedia classica che rispetta le unità di luogo, tempo e azione. La scena Ú famosa per la tirata in cui Fedra confessa alla sua nutrice Enone il suo amore per Ippolito, figlio di suo marito Teseo, un amore considerato incestuoso e contro natura. Racine, nella prefazione, rende omaggio a Euripide, sottolineando come Fedra incarni le qualità di un eroe tragico, suscitando compassione e terrore perché "né del tutto colpevole, né del tutto innocente". Fedra Ú colpevole del suo amore, ma innocente perché perseguitata dalla vendetta di Venere.

Analisi dei Versi 269-276: L'Origine del Male di Fedra

Fedra inizia la sua confessione ripercorrendo le origini del suo tormento. Il verso "Mon mal vient de plus loin" introduce un forte suspense, preparando il terreno per la rivelazione del suo amore per Ippolito. Racine utilizza i tempi verbali per costruire questa rivelazione come un punto di svolta: il passato remoto ("je m'Ă©tais engagĂ©e"), l'imperfetto ("mon bonheur semblait ĂȘtre affermi") e il passato semplice ("AthĂšnes me montra mon superbe ennemi"). Il momento in cui Fedra si innamora Ăš mimato dal ritmo ternario e dalle assonanze in "i" ("je le vis, je rougis, je pĂąlis"), che evocano un cuore che batte all'impazzata e un gemito. Il contrasto tra "transir et brĂ»ler" (freddo estremo e calore estremo) Ăš amplificato dalla polisindeto, creando una figura retorica potente. La vista gioca un ruolo cruciale: Fedra Ăš intrappolata attraverso gli occhi, privata della sua volontĂ  e della sua vista, un riferimento a Edipo, simbolo dell'incesto nella mitologia greca.

Analisi dei Versi 277-284: La Vendetta di Venere

Fedra riconosce in Venere la causa dei suoi "feux redoutables", una vendetta che perseguita la sua stirpe. Il "sang" rappresenta la sua discendenza, segnata dalla vendetta di Venere, infuriata per essere stata scoperta con Marte da Elio, il dio del sole. Venere perseguita la discendenza di Elio, di cui Pasifae (madre di Fedra) Ú vittima, spingendola ad accoppiarsi con un toro, generando il Minotauro. Questa storia chiarisce che Fedra Ú vittima di una maledizione, non completamente colpevole. Le rime "redoutables // inévitables" sottolineano come Fedra sia schiacciata da un destino ineluttabile.

Analisi dei Versi 285-290: Tentativi Vani di Placare Venere

Fedra tenta di placare Venere attraverso preghiere e offerte, arrivando persino a costruire un tempio in suo onore. Tuttavia, ogni sforzo si rivela vano. Il verbo "croire" (credere) elimina ogni speranza. I prefissi privativi "in-curable" e "im-puissants" paragonano la passione di Fedra a una malattia incurabile. L'espressione "en vain" (invano) conclude questa sezione con una condanna senza appello. I versi "de victimes moi-mĂȘme Ă  toute heure entourĂ©e, Je cherchais dans leurs flancs ma raison Ă©garĂ©e" evocano l'orrore di una donna immersa nel sangue dei sacrifici, privata della sua ragione e ridotta a una marionetta.

Analisi dei Versi 291-300: Idolatra e Ironia Tragica

Racine approfondisce la colpevolezza di Fedra, influenzato dalla sua educazione giansenista. Nonostante la sua apparente pietĂ  ("ma bouche implorait", "j'offrais tout"), Fedra commette il peccato di idolatria, adorando Ippolito ("ce dieu que je n'osais nommer") invece di Venere. Questo richiama l'episodio biblico del Vitello d'oro. L'immagine di Ippolito si impone alla sua vista anche quando guarda suo marito, creando un'ironia tragica: non puĂČ vedere il suo amore senza vedere la sua colpa. La maledizione di Venere sembra passare attraverso la vista ("le voyant sans cesse").

Analisi dei Versi 301-316: Tentativo di Ribellione e Decisione di Suicidio

Fedra tenta di ribellarsi al suo destino, sacrificando il suo amore per sfuggire all'influenza della dea. Riprende il controllo ("J'excitai mon courage 
 Je pressai son exil"). La relazione tra Fedra, Teseo e Ippolito Ăš rappresentata da "l'injuste marĂątre" (Fedra), il padre (Teseo) e Ippolito, oggetto del verbo "arrachĂšrent". Con la partenza di Ippolito, c'Ăš un momento di calma ("Je respirais, Oenone"), ma la rima "absence // innocence" solleva interrogativi sulla vera innocenza di Fedra. La calma dura poco, e la ricaduta Ăš immediata ("Vaines prĂ©cautions!"). Ippolito Ăš definito "l'Ennemi", incarnando la passione, la colpa e la vendetta di Venere. La tirata assume una dimensione lirica, esprimendo il dolore personale attraverso metafore e allitterazioni. Fedra ha tentato di tutto, ma la passione amorosa ritorna sempre piĂč forte. Si raggiunge un parossismo di intensitĂ , un'acme, dove Fedra non Ăš piĂč umana, ma una "proie" di Venere. La tirata si orienta verso una rivelazione terrificante. Fedra concepisce "une juste terreur" per il suo crimine, un termine che richiama la poetica di Aristotele. L'unica soluzione Ăš il suicidio, per "prendre soin de ma gloire" e "dĂ©rober au jour une flamme si noire". L'ossimoro "flamme noire" rappresenta la natura contro natura del suo crimine. Fedra si rivolge a Enone, chiedendole di non trattenerla dal suicidio, perchĂ© la sua vita non vale la pena di essere vissuta.

Conclusione

Attraverso questa tirata, Fedra incarna le esigenze della tragedia classica: perseguitata da Venere, la sua passione per Ippolito la rende vittima e criminale. Il racconto delle sue sofferenze suscita pietĂ  e terrore. Racine utilizza il racconto e la poesia per esprimere la carica emotiva del suo soggetto, mantenendo un dispositivo teatrale con il dialogo e la presenza di Enone. La tirata ha una dimensione argomentativa: Fedra, dopo aver tentato di tutto, si risolve al suicidio e chiede a Enone di non trattenerla. Racine considerava questa piĂšce come l'apice del suo talento.

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Trascrizione

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0:04 Bonjour ! Je vous propose d’étudier la scĂšne 3 de l’Acte I de PhĂšdre, la tragĂ©die de Racine. C’est la tirade trĂšs trĂšs (trĂšs trĂšs 
 trĂšs) cĂ©lĂšbre oĂč PhĂšdre rĂ©vĂšle Ă  sa nourrice Oenone, (mais au spectateur aussi en passant) qu’elle est amoureuse d’Hippolyte ! Ah, le beau Hippolyte, qui malheureusement pour elle est le fils de son mari ThĂ©sĂ©e
 Vous voyez le problĂšme : c’est un amour considĂ©rĂ© comme incestueux, contre-nature. PhĂšdre, c’est une piĂšce qui obĂ©it bien Ă  toutes les rĂšgles de la tragĂ©die classique : unitĂ© de lieu, unitĂ© de temps, unitĂ© d’action, fatalitĂ© tragique poursuivant le personnage principal, et 
 biensĂ©ance. HĂ© oui, malgrĂ© la situation familiale trĂšs glauque, malgrĂ© la mort de plusieurs personnages Ă  la fin (hein ? ça va je n’ai pas spoilĂ© lĂ  ?) malgrĂ© une fin d’une rare violence que je vous invite Ă  lire, rien n’est montrĂ©, pas une goutte de sang.

0:49 Dans la prĂ©face de PhĂšdre, Racine rend hommage Ă  Euripide qui lui a donnĂ© son sujet. Selon lui, PhĂšdre : « a toutes les qualitĂ©s qu'Aristote demande dans le hĂ©ros de la tragĂ©die, et qui sont propres Ă  exciter la compassion et la terreur. En effet, PhĂšdre n'est ni tout Ă  fait coupable, ni tout Ă  fait innocente ». PhĂšdre est coupable de son amour pour Hippolyte, mais elle est innocente car elle est poursuivie par la vengeance de VĂ©nus
 Vous allez voir que VĂ©nus, la dĂ©esse de l’amour, est super rancuniĂšre
 Dans sa tirade, PhĂšdre considĂšre elle-mĂȘme son amour comme un crime, mais elle plaide en montrant combien elle lutte contre la fatalitĂ©. Mais tous ses efforts sont vains c’est pourquoi elle songe au suicide... Voici ma problĂ©matique Comment Racine construit-il cette rĂ©vĂ©lation de PhĂšdre Ă  sa nourrice

1:35 pour inspirer Ă  la fois la terreur et la pitiĂ©, pour montrer que son personnage est Ă  la fois coupable et victime ? Je vais faire un commentaire au fil du texte, mais voici quelques axes utiles pour un commentaire composĂ© : Un personnage poursuivi par une implacable fatalitĂ©. Un rĂ©cit fait Ă  une confidente Un poĂšme lyrique exprimant une souffrance personnelle. Une passion dĂ©crite par PhĂšdre inspire la terreur propre au registre tragique. La tirade de PhĂšdre rĂ©vĂšle toute l'ambiguĂŻtĂ© de ce personnage Ă  la fois coupable et innocent. Une dĂ©libĂ©ration qui se termine sur la dĂ©cision du suicide. C’est donc PhĂšdre qui prend la parole maintenant : 269 Mon mal vient de plus loin. À peine au fils d'ÉgĂ©e 270 Sous les lois de l'hymen je m'Ă©tais engagĂ©e,

2:20 271 Mon repos, mon bonheur semblait ĂȘtre affermi, 272 AthĂšnes me montra mon superbe ennemi. 273 Je le vis, je rougis, je pĂąlis Ă  sa vue ; 274 Un trouble s'Ă©leva dans mon Ăąme Ă©perdue ; 275 Mes yeux ne voyaient plus, je ne pouvais parler ; 276 Je sentis tout mon corps, et transir et brĂ»ler. « Mon mal vient de plus loin » PhĂšdre remonte en arriĂšre, aux origines de son malheur, le suspense est trĂšs fort, parce que la rĂ©vĂ©lation qui va suivre a une charge Ă©motionnelle trĂšs intense, c’est le rĂ©cit de comment elle est tombĂ©e amoureuse d’Hippolyte. En plus, le suspense est prolongĂ© pendant trois vers avec un complĂ©ment circonstanciel sĂ©parĂ© du reste de la phrase “À peine au fils d’ÉgĂ©e, blablabla... AthĂšnes me montra mon superbe ennemi.” Comment cette rĂ©vĂ©lation est-elle construite ? Les temps employĂ©s construisent cette rĂ©vĂ©lation comme un basculement.

3:07 D’abord PhĂšdre revient dans le passĂ© avec un plus que parfait “je m’étais engagĂ©e”, ensuite elle poursuit avec un imparfait “mon bonheur semblait ĂȘtre affermi” puis le basculement lui-mĂȘme est racontĂ© au passĂ© simple “AthĂšnes me montra mon superbe ennemi”. C’est le jour mĂȘme de son mariage que PhĂšdre voit Hippolyte pour la premiĂšre fois, et c’est ce mariage qui en mĂȘme temps rend son amour impossible. VoilĂ  pourquoi PhĂšdre parle plus loin de “fatal hymen”. Le moment prĂ©cis oĂč le coeur de PhĂšdre chavire est mimĂ© par les rythmes
 Regardez ici « je le vis, je rougis, je pĂąlis » (v.273) le rythme est ternaire 123 123 123, saccadĂ© comme un coeur qui s’emballe. Le tout est associĂ© Ă  des assonances en « i » (vis, rougis, pĂąlis) qui sont connues pour imiter le gĂ©missement. Ce trouble est renforcĂ© par des figures trĂšs puissantes :

3:52 « et transir et brĂ»ler » (v.276) transir relĂšve du froid extrĂȘme, et brĂ»ler au contraire, de la chaleur extrĂȘme. Ce contraste est renforcĂ© par la polysyndĂšte... Oui n’est-ce pas c’est un joli mot pour une figure de style toute simple : on ajoute des conjonctions de coordinations inutiles. Vous voyez euh quand votre petite soeur vous dit “je voudrais un muffin et aussi un chocolat et des bonbons et, des frites aussi et s’il te plaĂźt.” PolysyndĂšte. Ensuite, la vue est le sens le plus important. C’est par les yeux que PhĂšdre est prise au piĂšge : « AthĂšnes me montra mon superbe ennemi » (v.272), privĂ©e de sa volontĂ© d’agir, c’est comme si elle Ă©tait aussi privĂ©e de sa vue : « Mes yeux ne voyaient plus » (v275). Cette phrase fait rĂ©fĂ©rence Ă  Oedipe, qui est le symbole mĂȘme de l’inceste dans la mythologie Grecque. En effet, lorsque ce personnage rĂ©alise qu’il a tuĂ© son pĂšre et Ă©pousĂ© sa mĂšre, il se crĂšve les yeux. 277 Je reconnus VĂ©nus et ses feux redoutables,

4:39 278 D'un sang qu'elle poursuit tourments inĂ©vitables. Dans cette phrase, le sang reprĂ©sente la lignĂ©e de PhĂšdre. En effet, dans la mythologie grecque, VĂ©nus est Aphrodite, mariĂ©e Ă  HĂ©phaĂŻstos, dieu du feu, des forges, de la mĂ©tallurgie, des volcans. En latin, on l’appelle Vulcain. C’est vrai qu’il n’est pas trĂšs beau, et qu’il est toujours trĂšs occupĂ©. Alors VĂ©nus le trompe avec un dieu beaucoup plus sĂ©duisant : ArĂšs (ou mars en latin) le dieu de la guerre. Mais HĂ©lios qui a toujours l’occasion de tout voir, car c’est le dieu du soleil et de la lumiĂšre, alors il les a grillĂ©. (comment?) Hum, disons qu’il a bien vu leur petit jeu, depuis sa position surplombante. Alors il prĂ©vient HĂ©phaĂŻstos qui va forger ... un filet magique. Le filet magique est posĂ© sur le lit et emprisonne le couple. Bien sĂ»r, tous les dieux sont prĂ©venus, et ils ne retiennent pas leurs moqueries ! Aphrodite, atrocement vexĂ©e, va poursuivre la descendance d’HĂ©lios de sa vengeance.

5:28 Or HĂ©lios est le pĂšre de PasiphaĂ©, et PasiphaĂ© est la mĂšre de 
 PhĂšdre (hĂ© oui) pas de chance. PasiphaĂ© elle-mĂȘme fut victime de VĂ©nus : elle lui inspira amour et dĂ©sir pour un taureau, relation contre-nature qui donna naissance au Minotaure. En tout cas, cette histoire Ă©claire notre passage : PhĂšdre n’est pas complĂštement coupable, elle est victime d’une malĂ©diction. D’ailleurs, regardez, les rimes sont signifiantes : « redoutables // inĂ©vitables » : PhĂšdre est Ă©crasĂ©e par une fatalitĂ© qui la dĂ©passe. Mais vous allez voir, dans la suite de la tirade, elle va dire tout ce qu’elle fait pour essayer d’échapper Ă  cette fatalité  279 Par des vƓux assidus je crus les dĂ©tourner : 280 Je lui bĂątis un temple, et pris soin de l'orner ; 281 De victimes moi-mĂȘme Ă  toute heure entourĂ©e, 282 Je cherchais dans leurs flancs ma raison Ă©garĂ©e. 283 D'un incurabl_amour remĂšdes impuissants ! 284 En vain sur les autels ma main brĂ»lait l'encens :

6:17 PhĂšdre essaye d’apaiser VĂ©nus, par tous les moyens, mais, est-ce que vous voyez comment, dans ces quelques vers, tout les efforts de PhĂšdre sont balayĂ©s ? PhĂšdre fait des priĂšres et des offrandes Ă  la dĂ©esse « Par des voeux assidus je crus les dĂ©tourner » (v.279) elle va mĂȘme jusqu’à lui “bĂątir un temple”, (c’est quand mĂȘme pas mal comme offrande). Mais Ă  chaque fois c’est un Ă©chec. “Je crus les dĂ©tourner” le verbe croire Ă©limine d’emblĂ©e tout espoir. AprĂšs la liste de ses actions, nous avons deux prĂ©fixes privatifs « in-curable » et « im-puissants » : la passion de PhĂšdre est comparĂ©e Ă  une maladie impossible Ă  soigner. Notre passage se termine avec une condamnation sans appel “en vain”. “de victimes moi-mĂȘme Ă  toute heure entourĂ©e Je cherchais dans leurs flancs ma raison Ă©garĂ©e” Ces deux vers sont trĂšs riches car ils Ă©voquent l’horreur de cette femme trempĂ©e dans le sang des sacrifices. DĂ©possĂ©dĂ©e de sa raison, PhĂšdre est rĂ©duite Ă  une marionnette sans volontĂ©

7:06 “ma main brĂ»lait l’encens” on dirait qu’elle assiste Ă  ses propres actions. « Moi-mĂȘme Ă  toute heure entourĂ©e » indique qu’elle se considĂšre elle aussi comme une victime, elle se reconnaĂźt Ă  travers les animaux qu’elle sacrifie... Ce parallĂšle nous amĂšne Ă  comprendre qu’en fait, c’est sa vie Ă  elle qui est demandĂ©e par VĂ©nus. 285 Quand ma bouche implorait le nom de la dĂ©esse, 286 J'adorais Hippolyte, et le voyant sans cesse, 287 MĂȘme au pied des autels que je faisais fumer, 288 J'offrais tout Ă  ce dieu, que je n'osais nommer. 289 Je l'Ă©vitais partout. Ô comble de misĂšre ! 290 Mes yeux le retrouvaient dans les traits de son pĂšre. Dans ce passage, Racine donne une nouvelle dimension Ă  la culpabilitĂ© de PhĂšdre. Il faut savoir que Racine a reçu une Ă©ducation JansĂ©niste, c’est Ă  dire chrĂ©tienne, et trĂšs stricte. On trouve bien une influence du jansĂ©nisme dans la maniĂšre dont Racine traite la culpabilitĂ© du personnage de PhĂšdre.

7:51 Dans la mythologie grecque et romaine, la plus grande faute commise Ă  l’égard des dieux, c’est de se croire plus fort et plus puissant qu’eux, les grecs appellent ça l'hybris. De nombreux personnages qui ont essayĂ© de se moquer des dieux se retrouvent ainsi aux enfers : Tantale, Sisyphe
 Dans le cas de PhĂšdre au contraire, tous ses gestes montrent une grande piĂ©tĂ© : elle prie “ma bouche implorait”, elle fait des offrandes “j’offrais tout”. Pourtant, elle accomplit ces gestes avec un coeur coupable : “j’adorais Hippolyte” correspond bien Ă  “ce dieu que je n’osais nommer”. VĂ©nus n’est pas la vĂ©ritable destinataire des offrandes et des priĂšres. PhĂšdre commet ici le pĂ©chĂ© de l’idolĂątrie, c’est Ă  dire qu’elle adore la crĂ©ature mieux que le crĂ©ateur. On retrouve d’ailleurs ce mot un peu plus bas. Cela renvoie non pas Ă  la mythologie, mais Ă  l’épisode du Veau d’or dans la bible :

8:38 MoĂŻse Ă©tait parti tranquillement sur le mont SinaĂŻ pour discutailler avec Dieu et recevoir les tables de la loi, mais de retour parmi son peuple, il dĂ©couvre avec horreur que ceux-ci se sont mis Ă  adorer une statuette de veau en or, semblable au dieu Ă©gyptien Apis. « Ma bouche implorait » (v.285) PhĂšdre n’est mĂȘme plus le sujet du verbe “implorer”. « Mes yeux le retrouvaient dans les traits de son pĂšre» (v.290) l’image d’Hippolyte s’impose d’elle mĂȘme Ă  ses yeux, lorsqu’elle voit son mari. C’est une ironie tragique, car elle ne peut pas voir son amour sans en mĂȘme temps voir sa culpabilitĂ©. Ainsi, on dirait que la malĂ©diction de VĂ©nus passe par la vue : « le voyant sans cesse » (v.286) D’ailleurs, cela se confirme par la suite : PhĂšdre va beaucoup mieux dĂšs qu’Hippolyte n’est plus dans les parages. 291 Contre moi-mĂȘme enfin j'osai me rĂ©volter : 292 J'excitai mon courage Ă  le persĂ©cuter. 293 Pour bannir l'ennemi dont j'Ă©tais idolĂątre, 294 J'affectai les chagrins d'une injuste marĂątre ;

9:27 295 Je pressai son exil, et mes cris Ă©ternels 296 L'arrachĂšrent du sein, et des bras paternels. 297 Je respirais, ƒnone. Et depuis son absence, 298 Mes jours moins agitĂ©s coulaient dans l'innocence ; 299 Soumise Ă  mon Ă©poux, et cachant mes ennuis, 300 De son fatal hymen je cultivais les fruits. « Contre moi-mĂȘme enfin j’osais me rĂ©volter » (v.291). Dans cette fin de tirade, PhĂšdre fait une derniĂšre tentative : elle est prĂȘte Ă  sacrifier son amour pour Ă©chapper Ă  l’emprise de la dĂ©esse. Elle reprend le contrĂŽle et redevient sujet « J’excitai mon courage 
 Je pressai son exil » La relation entre les trois personnages est parfaitement reprĂ©sentĂ©e dans ces trois vers, regardez : PhĂšdre est reprĂ©sentĂ©e par l’injuste marĂątre, ThĂ©sĂ©e est le pĂšre, Hippolyte se trouve entre les deux, objet du verbe « arrachĂšrent » (v.296). Le spectateur est en train de vivre la tirade de PhĂšdre en mĂȘme temps que la nourrice.

10:14 Nous endurons les Ă©preuves et les Ă©checs de PhĂšdre au fur et Ă  mesure. Avec le dĂ©part d’Hippolyte, nous avons un moment d’accalmie : « Je respirais, Oenone » (v.297) avec des assonances en “o” « Mes jours moins agitĂ©s coulaient dans l’innocence » (v.298) Par ailleurs, la rime « absence // innocence » est Ă  interroger. PhĂšdre est-elle alors vraiment plus innocente parce qu’Hyppolite est Ă©loignĂ© ? 301 Vaines prĂ©cautions ! Cruelle destinĂ©e ! 302 Par mon Ă©poux lui-mĂȘme Ă  TrĂ©zĂšne amenĂ©e, 303 J'ai revu l'Ennemi que j'avais Ă©loignĂ© : 304 Ma blessure trop vive aussitĂŽt a saignĂ©. Le moment d’accalmie a exactement durĂ© quatre vers, et voilĂ  maintenant la rechute « Vaines prĂ©cautions ! » (v.301) entre en Ă©cho avec “en vain sur les autels ma main brĂ»lait l’encens”. Chacune de ses tentatives est soldĂ©e par un Ă©chec. Hippolyte est dĂ©signĂ© par un terme Ă©trange ici 


11:01 « J’ai revu l’Ennemi que j’avais Ă©loignĂ© » (v.303) avec une majuscule au nom Ennemi. Pourquoi cette formulation ? En fait, pour PhĂšdre Hippolyte incarne Ă  la fois sa passion, sa culpabilitĂ©, la vengeance de VĂ©nus, etc. On dit souvent que l’écriture de Racine est trĂšs poĂ©tique. En effet, cette tirade est presque un poĂšme lyrique ! Qu’est-ce que le lyrisme ? Pour faire simple, c’est l’expression d’une douleur personnelle, Ă  la premiĂšre personne, Ă  grand renfort de mĂ©taphores, d’effets sonores et d’adverbes intensifs. « Ma blessure trop vive aussitĂŽt a saignĂ© » (v.304) reprĂ©sente pour moi un condensĂ© du lyrisme : premiĂšre personne “Ma”, qu’on retrouve d’ailleurs tout au long de la tirade
 MĂ©taphore : la blessure morale est dĂ©crite comme une blessure physique. Adverbe intensif : “trop vive” c’est cette caractĂ©ristique d’ailleurs qui sert de point d’analogie

11:48 entre le comparant et le comparĂ© dans la mĂ©taphore. C'est parce qu'elle est trop vive, que la blessure morale est comparable Ă  une blessure" physique. “Blessure aussitĂŽt a saignĂ©â€ avec ces allitĂ©rations en “s” on entend se rouvrir la blessure de PhĂšdre. 305 Ce n'est plus une ardeur dans mes veines cachĂ©e : 306 C'est VĂ©nus toute entiĂšre Ă  sa proie attachĂ©e. PhĂšdre a tout essayĂ© : amadouer VĂ©nus, faire des offrandes, Ă©viter Hippolyte, le renvoyer, se faire dĂ©tester de lui. Rien n’y fait, Ă  chaque fois, la passion amoureuse revient, encore plus forte qu’avant. À ce moment de la tirade, nous avons un paroxysme d’intensitĂ©, on appelle ça une AcmĂ©, c’est-Ă  dire, le point culminant, l’apogĂ©e d’un passage. Ces deux vers concentrent toute la fatalitĂ© qui pĂšse sur PhĂšdre, je dirais mĂȘme que c’est le moment oĂč tout bascule. Regardez la structure syntaxique :

12:35 “ce n’est plus 
 c’est ...”. Nous avons clairement un avant et un aprĂšs. Dans le premier vers, PhĂšdre est encore humaine, elle souffre d’un amour impossible “une ardeur” qu’elle garde secrĂšte “cachĂ©e”. Or tout l’enjeu de cette tirade est justement la rĂ©vĂ©lation de cet amour. Dans le deuxiĂšme vers, PhĂšdre est devenue une “proie”, c’est Ă  dire la victime d’une dĂ©esse prĂ©datrice. PhĂšdre n’est plus humaine, dĂ©possĂ©dĂ©e de sa volontĂ©, elle est devenue le jouet de puissances qui la dĂ©passent. NĂ©cessairement, ce basculement dĂ©borde, devient visible, dans cette tirade-fleuve. Le spectateur voit avec horreur se dĂ©rouler la mĂ©canique implacable qui agit au coeur de la tragĂ©die. La suite de la tirade est donc orientĂ©e sur cette dimension de rĂ©vĂ©lation terrifiante. 307 J'ai conçu pour mon crime une juste terreur ; 308 J'ai pris la vie en haine, et ma flamme en horreur.

13:22 309 Je voulais en mourant prendre soin de ma gloire ; 310 Et dĂ©rober au jour une flamme si noire : 311 Je n'ai pu soutenir tes larmes, tes combats ; 312 Je t'ai tout avouĂ© ; je ne m'en repens pas, « J’ai conçu pour mon crime une juste terreur » (v.307) Dans ce vers, on peut voir la relation directe entre la culpabilitĂ© et le sentiment de terreur. Le mot “terreur” n’est pas utilisĂ© de façon anodine : c’est le terme utilisĂ© pour traduire la poĂ©tique d’Aristote : la tragĂ©die doit inspirer au spectateur un mĂ©lange de terreur et de pitiĂ©. Dans cette fin de tirade, nous allons parfaitement retrouver les deux Ă©motions mĂ©langĂ©es. « Je voulais en mourant prendre soin de ma gloire » (v.309) PhĂšdre n’a plus d’autre solution que le suicide. C’est la seule issue accordĂ©e par VĂ©nus... Mais elle souhaitait au moins mourir sans rĂ©vĂ©ler son terrible secret “prendre soin de ma gloire”.

14:08 Nous avons donc Ă  la fois l’aspect victime, la victime de VĂ©nus, et l’aspect criminel : la gloire ternie par la rĂ©vĂ©lation du sentiment incestueux. On retrouve le mĂȘme mĂ©canisme aprĂšs « dĂ©rober au jour une flamme si noire » (v.310) PhĂšdre voulait dĂ©rober au jour, c’est Ă  dire cacher sa flamme aux yeux des autres. Mais il faut savoir aussi que le jour, c’est en fait HĂ©lios, son grand-pĂšre, celui qui est Ă  l’origine de la colĂšre de VĂ©nus. On retrouve donc la PhĂšdre victime d’une malĂ©diction transgĂ©nĂ©rationnelle. Mais reste l’horreur de cette passion contre-nature “une flamme si noire”. C’est ce qu’on appelle un oxymore : le rapprochement de deux termes normalement incompatible. Une flamme noire, c’est impossible, c’est contre-nature, exactement comme le crime de PhĂšdre. PhĂšdre s’adresse maintenant directement Ă  Oenone, on voit rĂ©apparaĂźtre la deuxiĂšme personne du singulier :

14:55 « Je n’ai pu soutenir tes larmes, tes combats » ou encore « je t’ai tout avouĂ© ». La tirade de PhĂšdre s’inscrit bien dans un dialogue avec Oenone, je dirais mĂȘme un dĂ©bat : nous avons les mots “combat”, et “reproches”. Avec cette tirade, PhĂšdre veut dĂ©finitivement convaincre Oenone. Mais quelle est sa thĂšse ? 313 Pourvu que de ma mort respectant les approches, 314 Tu ne m'affliges plus par d'injustes reproches, 315 Et que tes vains secours cessent de rappeler 316 Un reste de chaleur tout prĂȘt Ă  s'exhaler. La peinture que PhĂšdre fait de ses souffrances est faite pour toucher et convaincre Oenone que sa vie ne vaut pas la peine d’ĂȘtre vĂ©cue. D’ailleurs, vous allez voir que l’évocation du suicide encadre les protestations d’Oenone : “les approches de ma mort” signifie qu’elle a l’intention de mettre fin a ses jours trĂšs bientĂŽt. “Un reste de chaleur tout prĂȘt Ă  s’exhaler”, c’est une Ă©vocation poĂ©tique de la vie qui s’en va avec le dernier souffle.

15:43 Entre les deux, nous avons les “injustes reproches” et les “vains secours”, qui reprĂ©sentent les protestions d’Oenone. Elles sont associĂ©es Ă  des tournures nĂ©gatives “tu ne m’affliges plus” “cessent de rappeler”. Le spectateur se demande : Oenone va-t-elle dissuader PhĂšdre de mourir ? C’est en fait l’annonce de la mort de ThĂ©sĂ©e dans la scĂšne suivante qui va interrompre ce projet. À travers cette tirade, le personnage de PhĂšdre concentre les exigences de la tragĂ©die classique : poursuivi par la vengeance de VĂ©nus, la passion qu’elle ressent pour Hippolyte en fait Ă  la fois une victime, innocente, mais aussi une criminelle au coeur coupable, et une idolĂątre. Le rĂ©cit qu’elle fait de ses souffrances inspire Ă  la fois la pitiĂ© et la terreur. Le spectateur est terrifiĂ© par la violence des sentiments et par la noirceur de cette passion, mais il ne peut s’empĂȘcher de compatir en voyant les tentatives dĂ©sespĂ©rĂ©es de PhĂšdre pour apaiser la colĂšre de VĂ©nus.

16:29 Dans cette tirade, Racine dĂ©ploie Ă  la fois les ressources du rĂ©cit et de la poĂ©sie pour faire ressortir toute la charge Ă©motionnelle de son sujet. Le dispositif reste nĂ©anmoins théùtral, avec un dialogue, et le personnage d’Oenone, prĂ©sente sur scĂšne comme un double du spectateur. La tirade a enfin une dimension argumentative : ayant tout essayĂ©, PhĂšdre se rĂ©sout au suicide, et elle va demander Ă  sa nourrice Oenone de ne pas la retenir. La mĂ©canique de la fatalitĂ© est alors mise Ă  nu, dans une intrigue trĂšs simple, trĂšs pure. Racine considĂ©rait lui-mĂȘme cette piĂšce comme l’accomplissement de son art. Merci d’avoir suivi cette analyse de texte, je vous invite Ă  suivre l’analyse du deuxiĂšme acte directement sur mediaclasse.fr ! Si vous ĂȘtes en train de rĂ©viser pour un examen, je vous souhaite un trĂšs bon courage ! La chaĂźne est encore jeune, mais elle se dĂ©veloppe bien :

17:15 les vidĂ©os sont de plus en plus partagĂ©es Ă  travers le monde. J’ai eu le plaisir de discuter avec des Ă©tudiants japonais, canadiens et marocains, n’hĂ©sitez pas Ă  me laisser des commentaires pour me dire d’oĂč vous venez. Merci Ă  vous, qui me suivez d’aussi loin ! Au revoir !

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