0:00 Compro, quindi sono", avrebbe detto match a Cartesio nel 24º secolo. Questo è quello a cui ci siamo ridotti. Gente che si lamenta per qualsiasi cagata, che vuole tutto e subito, come bamboci come questo qui che vedete in foto. Ho trovato la foto in un gruppo di corrieri che lavorano per Amazon. Black Friday, a proposito di Amazon, ore 10 del mattino. Negli Stati Uniti si spendono oltre 11 milioni di dollari al minuto sugli store online. Secondo la National Retail Federation, quasi 200 milioni di americani hanno partecipato in qualche forma alla scorsa edizione della settimana del Black Friday, tanto che Amazon durante il picco del venerdì gestisce oltre 100.000 ordini al minuto. Nei 5 giorni tra Black Friday e Cyber Monday 2024, Amazon ha generato vendite stimate in oltre 12 miliardi di dollari.
0:47 Una cifra mastodontica. In quel breve lasso di tempo, i clienti Amazon di tutto il mondo hanno ordinato più di un miliardo di articoli. Negli ultimi anni avrete sicuramente visto scene on di folle inferocite nei negozi con marmaie di persone che si accalcano per accaparrarsi l'offerta migliore tra scaffali svuotati e slogan martellanti come compra ora paga dopo, stampati ovunque. Negli Stati Uniti, nel solo Black Friday 2024, i servizi By now Pay Later hanno elaborato acquisti per quasi 700 milioni di dollari in sole 24 ore con l'80% di queste transazioni avvenute sul telefono. Prima di cominciare dobbiamo chiarire una cosa. Io non voglio fare l'ipocrita, né il moralista né l'anticapitalista, anche perché io stesso compro online. Semplicemente con questo video voglio tentare di
1:34 analizzare con lucidità il nostro sistema consumistico, il suo funzionamento e che conseguenze ha su di noi. Per gran parte della storia umana consumare non era uno sport di massa. Prima del X secolo la gente comune acquistava principalmente beni essenziali, cibo, stoffa, utensili di vario tipo e li utilizzava fino alla loro disgregazione molecolare. La svolta però arriva con la rivoluzione industriale tra macchine a vapore, fabbriche e produzione in serie in Inghilterra già nel 700 aumentano i beni disponibili e l'acquisto di oggetti diventa parte della vita quotidiana. Per le classi borghesi compaiono i primi negozi specializzati. Si diffondono beni non essenziali come orologi da tasca, guanti, porcellane e articoli per la
2:20 casa. Nelle città industriali i magazzini al dettaglio servono una clientela urbana crescente in cerca di saponi, profumo, tabacco, tè, zucchero e candele raffinate. Marchi come Per Soap, fondata a Londra nel 1807, pioniera della pubblicità moderna o Yardley. Profumeria Nata nel 600, ma poi esplosa nell'800, vendono prodotti sempre più richiesti. In un contesto simile il consumo comincia ad assumere un ruolo sociale, non soltanto funzionale. Tuttavia, e con la seconda rivoluzione industriale negli Stati Uniti e nell'Europa nord occidentale, come Regno Unito, Germania, Francia e in misura crescente anche Belgio e Paesi Bassi che nasce quella che noi chiamiamo società dei consumi. In Francia a metà 800 Parigi fa da apripista alla cultura dei Gran Magazan. Grandi negozi come le bom Marchet trasformano lo shopping in
3:07 spettacolo popolare. Il più grande passo in avanti, come direbbe Mao, si ebbe invece negli Stati Uniti tra 1870 e 1914, con ferrovie, acciaio, elettricità e automobili e con un personaggio che spicca su tutti, Henry Ford. È Ford nel 1913 a introdurre la catena di montaggio nella sua fabbrica di automobili, rendendo possibile produrre un'auto in poche ore. Il risultato è spiazzante, tempi e costi crollano, la classe media può permettersi un'automobile. Ford o forse sì, ma ha appena dato il la, cioè ha dato il via al consumismo di massa. Quel che in pochi hanno capito al tempo è che la produzione standardizzata su larga scala abbassa drasticamente i costi unitari. Più produci più puoi vendere a prezzi accessibili e quindi
3:53 più la gente comune può comprare un bene che un tempo era impensabile. Ford stesso, uno di quelli che lo aveva capito, aumentò i salari dei suoi operai a $5 al giorno, un'enormità all'epoca, anche per permettere loro di comprare le stesse auto che costruivano. A questo punto abbiamo già le basi della società dei consumi, cioè il consumatore diventa il motore dell'economia. Per avere l'attuale società dei consumi, comunque dobbiamo aspettare le due guerre mondiali. Abbiamo molteplici fattori chiave con casuali: la standardizzazione industriale, la crescita del reddito medio procapite, l'urbanizzazione con l'ampliamento di ferrovie e autostrade, la nascita di un welfare state e la diffusione inevitabile del modello americano. Aprono catene pionieristiche come Pigly Wiggly, il primo vero supermercato self service della storia e
4:40 poi Safway, AMP, Krugeger, che tra anni 20 e 30 rivoluzionano il modo di fare la spesa rendendola un'esperienza autonoma. Prima infatti le persone consegnavano la lista della spesa al commerciante o al droghiere e provvedeva lui a fornire il necessario. Questo modello, per esempio, in Europa arriva nel dopoguerra. Il primo supermercato europeo nasce nel 1957 a Milano, la Supermarkets italiani, aperta da Nelson Rockefeller e che oggi controlla e Se lunga e poi si diffonde con le insegne GS Carrefour, il primo ipermercato in Francia nel 63 e Migros in Svizzera che aprì il suo primo supermercato self service a Basilea nel 52. Si comincia a parlare di democratizzazione del lusso, quindi anche chi prima a malapena campava ora può quantomeno permettersi una
5:26 televisione, un frigorifero, magari l'auto. Per alcuni è la vittoria ultima del capitalismo. Il bilancio familiare cambia volto, la quota di spesa destinata al cibo cala, mentre esplodono le uscite per salute, divertimenti e cura della casa. Nasce così una vasta classe media che definisce se stessa attraverso i consumi, trasformando la società da una piramide, pochi ricchi, molti poveri, a un diamante in cui quella stessa classe media si trova al centro. Questo cambiamento si concretizza durante quelli che gli economisti chiamano i 30 gloriosi, la Golden Age. Parliamo di un periodo compreso tra il 45 e il 75 in cui l'occidente conobbe una crescita senza precedenti con piena occupazione, salari reali in aumento, boom edilizio industriale, accesso di massa ai beni durevoli. Alcuni la chiamerebbero età
6:12 dei boomers che oggi si lamentano che i giovani sono degli scansafatiche. In Europa occidentale tra il 50 e il 70 il PIL cresce in media del 5,5% all'anno e l'espansione dei consumi privati sembra inarrestabile. L'economista John Galbhth nel 1958 definisce questa società di Affluent Society, l'abbondante società opulenta. Intanto l'American Way of Life, villetta nei sobhi, elettrodomestici luccicanti, pubblicità martellante, diventa il modello aspirazionale in tutto l'occidente. La patina dei film americani di quell'epoca, se ci pensate. Ma per l'appunto è una patina, perché dietro ai neon dei diner, verso la fine degli anni 60, qualcuno comincia a vedere delle ombre. Pensatori della scuola di francoforte, come Herbert Marcus accusano la società dei consumi
6:57 di creare falsi bisogni per tenere buone le masse. Besteller, come i persuasori occulti del 57 di Van Spackard, avevano già svelato come i pubblicitari manipolano i desideri inconsci. Siamo nell'era del 68 dove giovani e studenti protestano anche contro una società unidimensionale definita dal rapporto produttore consumatore e reclamano in sostanza più umanità. Anticapitalismo, sì, ma anche anticonsumismo. La tragica ironia della sorte. La ribellione giovanile viene digerita dal mercato e rivenduta con un nuovo stile fatto di magliette di ceghevara con la sua faccia che finisce su bikini e alcolici in un fenomeno di sfruttamento commerciale che i suoi figli ancora denunciano come un'ironia vergognosa. Ma in che modo siamo regrediti da umani a scimmie in appena 50 anni?
7:46 Oggi, secondo il sociologo Zigmund Bauman, quello che un tempo era un cittadino politico è semplicemente un consumatore, un consumatore più interessato a costruirsi un'identità attraverso gli acquisti che tramite la partecipazione politica e sociale. Per capire che ci è successo dobbiamo partire da quattro pilastri che, convergendo tra di loro spiegano molto bene la schizofrenia del consumo contemporaneo. Pilastro numero uno, eccesso di offerta che quindi porta a un'abbondanza strutturale. Come spiega il sociologo Daniel Bell, la produzione industriale ha trasformato l'economia da un sistema fondato sulla scarsità a uno basato sull'eccesso permanente. Oggi il problema non è più produrre abbastanza, ma far comprare tutto quello che produciamo. In altre parole, produrre è diventato troppo facile, veloce e conveniente, ma un sistema in questo
8:32 modo, può reggere soltanto se c'è una domanda infinita pronta ad assorbire tutto ciò che esce dalle fabbriche. Pilastro numero due, saturazione dei bisogni che quindi porta alla creazione dei desideri. Per Jambo Drillar, una volta soddisfatti i bisogni primari che sono cibo, riparo e igiene, il capitalismo ha dovuto spostare l'attenzione su desideri simbolici status, immagine e riconoscimento. Così si passa dall'oggetto utile all'oggetto status symbol. Ad esempio, oggi una lavatrice pulisce, ma una lavatrice con Wi-Fi, design super futuristico e brand all'avanguardia, per alcuni conta più della semplice capacità di pulizia. Pilastro numero 3, apertura del credito che quindi porta al consumo anticipato. L'antropologo David Greber in De first
9:17 5000 years ricorda che per millenni il debito è stato strumento di potere, oggi invece strumento di consumo. Le famiglie non acquistano più ciò che possono permettersi, ma ciò che possono finanziare chiedendo dei prestiti a partire dalle stesse vacanze al mare, per quanto triste sia questa cosa. La classe media oggi non si chiede più. Me lo posso permettere, ma me lo >> concedonoento. >> Mi fanno male le tasche. >> Ok, tesoro, presto saremo a Cantuccio Palme. >> Pilastro numero 4, sovraccarico informativo che porta all'ipstimolazione costante. Nel mondo descritto dalla sociologa Shoshana Zubov, quello del capitalismo della sorveglianza, il consumatore non è più soltanto influenzato, ma è profilato e quindi manipolato. Il marketing comportamentale algoritmico costruisce così intorno a ogni singolo individuo un ecosistema su
10:04 misura, dove ogni notifica viene ottimizzata per massimizzare la conversione. Ebbene, questi quattro pilastri della società attuale hanno cambiato per sempre il modo in cui ci muoviamo nel mondo. A questo punto, per citare ancora Bauman, non serve più controllare le persone. Nella società dei consumi, il diritto alla cittadinanza viene in qualche modo subordinato alla capacità di consumare. Per Buman, infatti, a imporre le regole non ci sono più stati o enti soprannazionali. A farlo ci pensa a chi controlla i capitali e ci pensa la propaganda commerciale. Come diceva negli anni 70 Pierpaolo Pasolini, lucido critico del boom italiano sul quale abbiamo fatto questo video in passato, la società dei consumi è il peggior totalitarismo che si sia mai visto. Sotto una patina di libertà individuale infinita, in fin dei conti possiamo
10:49 scegliere tra 50 gusti di gelato, no? La nostra vita è incanalata in routine di lavoro e consumo che pochi osano mettere in discussione. Diventiamo ciò che compriamo. Non sei più un panettiere, un insegnante o un artista. Sei un acquirente di strumenti tecnologici, una vittima della moda usa e getta un amante del cibo instagrammabile. La cittadinanza, intesa come partecipazione a un progetto collettivo, finisce per lasciare spazio a una sorta di tribalismo di marca. Apple contro Android, Nike contro Adidas, PlayStation contro Xbox. Le nostre scelte di acquisto diventano atti quasi politici. Pensiamo soltanto a quanta gente boycotta o sostena aziende in base a valori etici o presunti tali. Mentre la politica reale viene spesso ridotta anch'essa a mercato con gli elettori trattati alla stregua di clienti da
11:34 trarre con i meme. Sei triste comprati qualcosa e ti passa la paura. Ma chi è che ci ha inculcato questa idea così malsana e assurda? Per capirlo dobbiamo tornare agli anni 20 del 9, quando entra in scena tale Edward Lewis Burneay, nipote di Sigmund Freud e padre delle moderne relazioni pubbliche. Berne applicò la psicologia del subconscio al marketing. Fu celebre una sua campagna del 29. Pagato dalla American tabacco, Berne organizzò a New York una sfilata femminile con donne che fumavano sigarette proclamando la loro libertà. Le sigarette vennero ribattezzate Torches of Freedom, fiaccole della libertà in nome dell'emancipazione femminile. Il tabù "Una donna per bene non può fumare", così si infranse e le vendite di sigarette tra le donne schizzarono. "In media dell'epoca reiterarono il messaggio. "Credi in te
12:20 stessa", titolava questo poster che promuoveva le Philip Morris. "Tutto bellissimo, peccato che dietro questa messa in scena c'era l'American Tabacco e in pochi lo sapevano." Questa manipolazione è diventata oggi il pilastro delle pubblicità e dei nostri bisogni indotti. Le automobili non sono mezzi di trasporto, ma simboli di successo e virilità. Più è grossa l'auto, più sei ricco, più sei grosso. I profumi promettono fascino e avventura, non fragranze. Una banale bibita gassata incarna la felicità frizzantina. Lo scrittore polacco Stanisla Lec ironizzava: "Il lusso di ieri è il bisogno di oggi". Ed è vero: smartphone, un nuovo superfluo paio di scarpe, TV giganti impensabili per i nostri nonni. Tutto questo ora ci sembra quasi indispensabile. A tal proposito c'è un aneddoto emblematico. In una conferenza stampa del 27 settembre 2001 alla
13:07 domanda su cosa potessero fare gli americani per aiutare la nazione a seguito dell'11 settembre, l'allora presidente Bush indicò che una delle cose migliori è tornare a spendere denaro viaggiando, andando nei ristoranti comprando quindi patriottismo psicologico. Il terrorismo non può fermare lo stile di vita americano e non può fermare l'economia. l'unico collante della società. C'era però un messaggio implicito. Tenete in piedi la domanda interna, altrimenti il sistema muore. Lo stesso Bush arrivò a dire: "Portate la famiglia a Disney World, godetevi la vita come va vissuta." >> D'accordo, signor presidente? Ma quali sono i meccanismi, le leve che tengono in piedi questa impalcatura? Cerchiamo di capirlo.
13:53 Questo è il nostro cervello. Al suo interno agiscono la dopamina, gli istinti e i trucchi del neuromarketing. Ogni volta che desideriamo e otteniamo qualcosa si attiva un meccanismo di ricompensa nel nostro sistema nervoso. Il neurotrasmettitore chiave è la dopamina che potremmo definire la molecola dell'aspettativa e della spinta all'azione. Quando vediamo un oggetto che ci attira, come quelle scarpe nuove, come l'ultimo smartphone in vetrina, come un viaggio di viandare in Papuao a Guinea, il cervello rilascia dopamina che ci spinge a fare nostro loggetto. L'eccitazione cresce, compriamo e puff! Subito dopo l'appagamento cala di colpo, come sfondarsi di Nutella per poi tornare a fissare il computer. Succede perché la soddisfazione è fogace, ma niente paura, presto scatta un nuovo desiderio, un altro oggetto su cui
14:40 proiettare aspettative e il ciclo ricomincia. Gli esperti lo chiamano dopamine loop, un circolo vizioso in cui l'anticipazione del piacere alimenta consumi ripetuti. In pratica il consumismo sfrutta lo stesso circuito delle dipendenze. Onine tutto questo è ancora più evidente. App e siti di e-commerce sono costruiti come slot machine. Tutte tecniche per mantenere molto alto il livello di dopamina. Siamo diventati un po' come i topolini dello psicologo Skinner che premono la leva per una pallina di cibo, soltanto che la leva è aggiungi al carrello e la pallina è un pacco Amazon sullo zerbino. Dopotutto c'è anche il buon vecchio credito facile, compra ora paga rate. Indebitarsi per consumare è ormai normalizzato. Qualcuno di voi si ricorda il recente scandalo Clarna? Gente disposta a finire in una lista nera di cattivi pagatori pur di farsi finanziare
15:26 40-50 di shopping. >> Follia pura. Ma anche volendo ribaltare la situazione, stiamo giocando in un terreno sfavorevole. Si stima che un individuo medio veda ogni giorno migliaia di messaggi pubblicitari in forme più o meno esplicite. L'obiettivo non è soltanto convincerci che un prodotto è valido, ma farci sentire incompleti, inadeguati senza quel prodotto. Prendiamo il caso classico dello smartphone annuale, esce il nuovo modello e pur avendo in mano un telefono che funziona benissimo, iniziamo a percepirlo come obsoleto. I produttori spendono capitali per creare attese e speranze attorno al modello nuovo e spesso progettano gli stessi prodotti con obsolescenza programmata, cosicché dopo un paio di anni la batteria ceda, gli aggiornamenti rallentino il sistema e quindi siamo, tra virgolette costretti a cambiarlo. In un mondo ideale faremmo
16:12 durare gli oggetti finché svolgono il loro compito, ma nel mondo consumista la durata ideale è la più breve che il cliente possa sopportare, così da vendergli altro il prima possibile. Poco importa poi che i vecchi modelli finiscano chissà dove, in qualche discarica in Africa o magari in forma di microplastiche nel nostro cibo e quindi nel nostro corpo. Tra l'altro, se ci fate caso, più passa il tempo, meno siamo proprietari delle cose che acquistiamo. Cioè, una volta c'erano i dischi fisici, oggi invece ci sono i servizi di streaming che ci offrono quegli stessi film pagando un abbonamento. Ora, fin qui abbiamo parlato però dei meccanismi psicologici interni, ma c'è un aspetto esterno relativamente recente che amplifica tutto. La raccolta massiva di dati sui nostri comportamenti. Ogni ricerca su Google, ogni Like su Instagram, ogni
16:59 acquisto con carta, tutto alimenta un profilo dettagliato di chi siamo, di cosa vogliamo e quanto possiamo pagare. Nulla di male in teoria, se non fosse che così le aziende tech e di marketing hanno trasformato la personalizzazione in un'arma. Può sembrare assurdo, ma già un decennio fa, quindi figuriamoci oggi, si scoprì che il sito web Orbits mostrava agli utenti che avevano un Mac prenotazioni per hotel di circa il 30% più care rispetto agli utenti Windows. Nel 2018 una compagnia aerea caricò fino a $300 in più sui prezzi dei suoi viaggiatori frequenti, sapendo che chi vola spesso lo fa per lavoro e quindi per necessità, potendosi permettere di pagare di più. Noi di Nova Alexio, specialmente quando prenotiamo i voli per i nostri reportage, contrastiamo questi problemi con Nord VPN, lo sponsor di questo video. Utilizzare una VPN significa navigare in modo più sicuro e
17:45 privato, nasconde la nostra posizione, protegge i dati e rende molto più difficile per siti apptaforme profilare ogni nostro click. Tradotto, se state cercando un volo per New York per la quinta volta, con Nord VPN il sito non lo saprà e voi potreste ottenere tariffe più equi. Certo, una VPN non spegne né la dopamina né abbatte il consumo, ma è comunque una buona armatura digitale contro il tracking aggressivo, contro la pubblicità manipolativa e contro i prezzi dinamici cuciti addosso. In particolare ora che si avvicina al periodo caldo dell'anno, cioè quello del Black Friday. Nor VPN è veloce, affidabile e dettaglio importante, non salva i vostri dati da nessuna parte. una cosa certificata da enti indipendenti e terzi. Quindi, se dobbiamo muoverci in questa giungla di marketing comportamentale, è meglio farlo da anonimi. Trovate il link con l'offerta nuova Lexio in descrizione.
18:34 Il professor Stefano Bartolini, politologo, sostiene che la solitudine è diventato un problema di massa nella società opulenta. Bartolini descrive decenni di erosione delle relazioni, comunità locali disgregate, famiglie sparse, ognuno chiuso nel suo micromondo. Il consumismo ha puntato tutto sull'individuo consumatore incoraggiando una mentalità competitiva e narcisistica con il mantra del "devi pensare a te stesso e gratificarti". Questo slogan porta a quella che viene definita desertificazione relazionale. Bambini che in generale crescono da soli davanti a uno schermo a tavola, anziani isolati e abbandonati a sé, adulti che non sanno più creare legami profondi. Bartolini in tutto questo nota un circolo vizioso quando sottolinea: "Gli studi sulla felicità ci dicono che la gente sola è più infelice e tende a consumare di più per riempire il vuoto delle proprie esistenze. È in parte un
19:21 segreto scomodo. L'industria ha tutto da guadagnare da persone sole e infelici, perché queste troveranno conforto temporaneo facendo shopping o buttandosi su cibo spazzatura e intrattenimento rapido delle serie televisive. La felicità privata va così a rimpiazzare la partecipazione collettiva. Non è un caso se negli ultimi 40 anni assieme all'esplosione consumistica abbiamo visto crollare la partecipazione a organizzazioni sociali, associazioni, vita di quartiere, insomma tutte quelle cose che generavano capitale sociale e supporto reciproco, che è il vero tesoro di una società. La nostra società è più diseguale, più precaria, più ansiogena e depressa. Nel 2025 quasi un miliardo di persone soffre di disturbi mentali nel mondo e pur non potendo dare colpa al solo consumismo perché sarebbe riduttivo, è chiaro che un modello di
20:06 vita orientato alla competizione e all'avere non contribuisce alla nostra serenità. Quindi possiamo dire che un sistema volto in larga parte al consumo ha il potenziale di stressarci due volte come ingranaggi produttivi, perché bisogna lavorare sodo per guadagnare e spendere, e come obiettivi commerciali. Devi stare al passo con i trend, con le offerte, con valanghe di informazioni. Ne deriva che il concetto di tempo libero viene divorato. Nel weekend devi fare shopping, devi fare attività, viaggi, mordi e fugi. In parte per uscire dalla gabbia della routine lavorativa, in parte perché guai a non consumare, ti sentiresti fuori dal mondo. Questa fragilità non è soltanto umana, ma anche dello stesso sistema economico consumista. Mi spiego meglio. Negli Stati Uniti, culla del consumismo moderno, la spesa per consumi privati
20:52 rappresenta in media circa il 68% del PIL. Lo stesso vale, anche se in misura leggermente minore, per l'Europa. In Italia i consumi contano per circa il 58-60% del PIL e infatti quando i consumi rallentano scatta il panico. Governi e banche centrali tagliano tasse o tassi, distribuiscono bonus. Pensate ai bonus televisione, al bonus 110, vacanze, incentivi auto, tutti mirati a spingere la gente a comprare. L'idea di base è la crescita economica dipende anche e soprattutto dal continuo aumento della domanda di beni e il successo viene misurato in PIL, prodotto interno lordo. Ora il PIL è diventato il voto in pagella di nazioni e governi. Cresce il 3%, bene, promossi, cala dello 0,5%, allarme rosso, una catastrofe. Il PIL però è soltanto una somma di valori
21:38 monetari scambiati, non distingue tra buono e cattivo di per sé. Se oggi abbatto un bosco per vendere legname, il PIL sale. Se poi bonifico un sito inquinato perché magari l'ho inquinato producendo roba, il PIL sale di nuovo. Perfino gli incidenti e le malattie fanno salire il PIL perché magari attivano spese mediche assicurative. Questo per dire che PIL e benessere reale non vanno sempre per forza di cose di pari passo. Economisti illuminati come Joseph Stiglitz o Amartia lo ripetono da tempo. Servirebbero indicatori di qualità, non solo di quantità. Dal punto di vista strettamente economico industriale il consumismo è efficiente? Sì e no. Sicuramente è efficiente nel produrre tanto rapidamente e ha costi sempre minori. La catena di montaggio di Ford era iper efficiente. Anche Amazon oggi con la robotica è ipericiente. Ordini un
22:25 oggetto e ti arriva quasi prima che tu abbia cambiato idea e poi c'è sempre il reso facile con buona pace degli ambientalisti. Va poi detto comunque che il sistema consumista con tutti i suoi difetti ha portato fuori dalla povertà estrema miliardi di persone negli ultimi 70 anni. Questo bisogna riconoscerlo. L'industrializzazione e quindi anche il commercio di massa hanno aumentato il tenore di vita medio mondiale. Il problema è che ora noi cominciamo a vedere i rendimenti decrescenti. Nei paesi ricchi più consumi non equivalgono a più felicità per forza di cose. Lo abbiamo visto nei paesi emergenti l'adozione su vasta scala del modello occidentale sta devastando l'ambiente e creando nuove disuguaglianze. Per dire nel mondo di oggi l'1% più ricco detiene quasi quanto il 50% più povero. Infine, basta un virus o una crisi energetica a mandare tutto in tilt. Insomma,
23:11 l'efficienza del sistema consumista è un po' come quella di un motore super pompato. Tanti cavalli che consumano tanto olio, benzina, si surriscalda e alla lunga, se non facciamo una buona manutenzione, rischia la rottura. Dunque, la domanda delle domande a questo punto è: il modello consumistico odierno è sostenibile sul lungo termine? L'equazione è semplice. Il modello consumista funziona solo se cresce all'infinito, pompando produzione, stimolando desideri e generando domanda continua. Se smette di correre crolla e oggi per la prima volta questa macchina sembra arrancare. Indizi saturazione dei mercati, declino della mobilità sociale, generazioni che non stanno meglio delle precedenti. In Italia il 75% della ricchezza è in mano
23:58 agli over 50. I millennials e la gen si spartiscono le briciole. meno del 9% del totale. Un quarantenne oggi ha in media la metà del patrimonio che aveva un baby boomer alla sua età. Sono i primi figli a ereditare meno di quanto hanno visto in casa. La middle class, un tempo motore dell'ottimismo occidentale, oggi è una zona grigia, troppo povera per stare bene e soprattutto ancora troppo, tra virgolette benestante per lamentarsi tanto. Ma se siamo davvero alla fine di un ciclo, la domanda è cosa c'è dopo? Le ipotesi sono due: o l'esaurimento del modello porterà a un nuovo tipo di consumo più sobrio e alla tanto agognata decrescita felice, oppure ha una nuova forma di isteria collettiva, dove il bisogno di significato verrà riempito da surrogati ancora più tossici e sinceramente è difficile prevedere il
24:44 modello e la forma di questi surrogati. Nietzsche diceva che Dio è morto, ma forse oggi direbbe Dio è risorto ma non è lo stesso che c'era una volta. Il problema è che non possiamo semplicemente spegnere l'interruttore della nostra testa. Ci viviamo dentro in questo sistema ogni giorno e ogni giorno ci accorgiamo che esiste una crepa in più. In fin dei conti, come disse un noto personaggio, non possiamo risolvere i problemi con la stessa mentalità che li ha generati. per Aspera ad Astra.