Perché i NEGOZI CINESI stanno chiudendo in ITALIA?

Breve Sintesi

Il video discute la chiusura dei bazzar cinesi in Italia, analizzando le cause di questo fenomeno. La crisi è attribuita a cambiamenti economici e culturali, oltre che alla crescente concorrenza online. Viene esplorata la storia della comunità cinese in Italia e il passaggio generazionale che porta molti giovani a scegliere percorsi professionali diversi.

  • I bazzar cinesi chiudono a causa della concorrenza online e dei costi di gestione insostenibili.
  • Il passaggio generazionale porta i giovani a trascendere il settore del commercio tradizionale per ambizioni professionali più elevate.

La Chiudura dei Bazzar Cinesi

Negli ultimi anni, si osserva la chiusura di numerosi bazzar cinesi in Italia. Non si tratta di una crisi economica, ma di un cambiamento del modello di business e delle abitudini dei consumatori. I negozi cinesi, tradizionali luoghi di vendita, si stanno lentamente svuotando a causa della convenienza degli acquisti online, che offrono costi inferiori e una maggiore varietà di prodotti.

La Storia della Comunità Cinese

La presenza cinese in Italia ha radici profonde che iniziano negli anni '20 con l'emigrazione di uomini dai villaggi cinesi che trovarono lavoro come venditori ambulanti. Nel dopoguerra, la comunità si ridusse a causa della guerra, ma si riprese con l'apertura di ristoranti cinesi negli anni '60 e l'aumento dell'immigrazione negli anni '80. Oggi, la comunità conta oltre 284.500 residenti in Italia, con una significativa crescita demografica.

Il Cambiamento del Mercato

Negli anni recenti, i bazzar cinesi hanno affrontato sfide come costi di gestione elevati e affitti alle stelle. La concorrenza online ha messo a rischio la sostenibilità economica dei negozi. I proprietari storici, molti dei quali appartengono alla prima generazione di immigrati, stanno ora abbandonando il settore commerciale a favore di nuove opportunità.

Le Nuove Generazioni e le Prospettive Futura

Le nuove generazioni di cinesi in Italia hanno aspirazioni diverse rispetto ai loro genitori. Molti giovani preferiscono percorsi professionali come medici, avvocati o designer, piuttosto che gestire bazzar. Questo cambiamento genera la chiusura di molti negozi, mentre altri imprenditori cinesi si reinventano aprendo attività più redditizie, come ristoranti e locali di cucina asiatica.

Futuro della Comunità Cinese in Italia

Il video conclude suggerendo che il futuro dei bazzar cinesi in Italia è incerto. Mentre alcuni negozi chiudono definitavemente, altri imprenditori stanno cambiando attività. La mancanza di nuove generazioni pronte a subentrare nei negozi familiari e il calo della natalità tra le famiglie cinesi pongono interrogativi sulla direzione futura della comunità. La cultura cinese si adatta e si evolve, facilitando questi cambiamenti e suggerendo che anche nel commercio ci sarà spazio per nuove formule e idee.

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Trascrizione

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0:00 Ma i cinesi stanno chiudendo i bazzar perché si stanno forse preparando una guerra o forse sanno qualcosa che noi non sappiamo. E perché stanno scappando tutti insieme? No, in realtà no, state pure tranquilli, non c'è una guerra in atto e la verità è molto più semplice e proprio per questo è anche molto più interessante. Non so se anche a voi è capitato di vedere Bazzar, classici negozi cinesi dove dice chiusura totale o svendita al 50%. E no, non è un caso e non è neanche una crisi improvvisa, è risultato di un sistema che sta cambiando sotto i nostri occhi, sia dovuto al cambio di generazione, ma anche un modello di business non più sostenibile al giorno d'oggi. Dietro ogni cambio silenzioso c'è una storia che vale la pena essere raccontata e

0:45 oggi proviamo a farlo. Se ti piace il contenuto però ferma, non dimenticare di mettere like e iscriverti. Questo è il modo più semplice che hai per supportarmi. Io sono Riccardo Elias e in questo video proviamo a capire perché i bazzar cinesi stanno chiudendo. Ma per capire perché qualcosa finisce dobbiamo prima capire da dove tutto è iniziato, perché i bazzar cinesi non sono spuntati mica dal nulla. Sono l'ultima tappa di una storia molto più lunga fatta di migrazioni, di viaggi, sogni e sacrifici e piccoli oggetti messi in valigia. Dunque, preparati una tazza calda, mettiti comodo e iniziamo con il video. Negli anni 20 inizia il primo vero afflusso migratorio. Arrivano soprattutto uomini giovani dai villaggi

1:31 dell'uzyang orientale comeang. E qui mi dovrete scusare perché alcuni luoghi sicuramente non li pronuncierò bene, ma cercherò di sforzarmi il più possibile. Come dicevamo, molti hanno già lavorato in Europa, soprattutto in Francia. I primi che arrivano trovano opportunità come venditori ambulanti di mercerie e perle artificiali come bigiotteria. Ben presto però questi ambulanti si sposteranno anche in altre città come Firenze e Milano dove trovano un mercato un pochettino più fertile e molto più redditizio. Ed è così che i primi cinesi riusciranno a mettere insieme un piccolo capitale sufficiente però ad avviare i primi laboratori come una produzione artigianale di cravatte e anche piccole pelletterie. E proprio in quegli anni,

2:16 mentre nascevano i primi laboratori, prende forma anche i primi nuclei di comunità. I primi cinesi, quasi tutti uomini, mettono radici. Alcuni, appunto, si innamorano e si sposano con donne italiane e danno vita alle prime famiglie miste. È così che, senza far rumore, comincia davvero la storia della presenza cinese in Italia. Però il quadro cambia durante la seconda guerra mondiale. L'Italia, alleata del Giappone dichiara guerra alla Cina nel 1941 e la conseguenza che i cinesi residenti diventano cittadini nemici. Nel dopoguerra la comunità cinese in Italia è praticamente scomparsa. Chi resta lo fa in silenzio e si sopravvive come si può. Tutto si muove sotto traccia dentro case laboratori e piccoli circuiti

3:02 artigianali. E poi nel 1962 aprono i primi ristoranti cinesi milanesi. Il 3 ottobre ufficialmente nel 1962 si inaugura la pagoda in via Fabio Filzi, primo ristorante cinese di Milano e tre giorni dopo ne aprono altri due. Poco dopo prendono forma anche i primi bazzar cinesi. Negozi semplici, colmi di oggetti arrivati dalla Cina che sono pratici, economici e perfetti per chi cerca il prezzo più basso. Dagli anni 80 in poi però succede qualcosa. L'afflusso migratorio si intensifica moltissimo, grazie appunto all'apertura economica della Cina. Con la riforma del leader di Dan Xiauping in patria che favorisce l'immigrazione, cresce la voglia di espatriare e l'Italia attira chi ha spirito imprenditoriale proprio perché ha tanti negozi, pochi vincoli e molta

3:50 autonomia. La comunità dunque passa da poche migliaia, circa 3500 nel 1980 a decine di migliaia oltre 20.000 cinesi in Italia. E quello stesso anno in via Paolo Sarpi si festeggerà per la prima volta il Capodanno cinese in Italia. Questo cosa vuol dire? Che la comunità esce dai laboratori e porta in strada il suo dragone. C'è un'enorme creatura colorata che danza tra le vie, simbolo di festa, orgoglio e identità. La comunità è cresciuta e si è radicata, ha costruito. E così, mentre le scuole si riempono di seconde generazioni, anche le nostre città iniziano a riempirsi di qualcosa di nuovo. I gestori cinesi hanno dimostrato un forte spirito imprenditoriale e i dati

4:35 lo dimostrano. Infatti tra il 2011 e il 2013 le imprese di immigrati in Italia sono aumentate di oltre 43.000 unità e anche nel 2014 se ne sono aggiunte quasi 28.000. In pratica, negli anni del boom, le attività a conduzione straniera, molte delle quali di origine cinese sono cresciuti a ritmi doppi. In quasi ogni quartiere, infatti, sono comparsi negozi tipo tutta €1 o bazzar di casalinghi gestiti da cinesi. Questi punti vendita, grazie ai prezzi molto convenienti e alla vastissima gamma di prodotti, hanno preso rapidamente piede [musica] in tutte le città. In sintesi, la crescita del commercio al dettaglio italiano negli anni recenti si è alimentato in modo considerevole proprio la grande spinta delle imprese cinesi che hanno

5:20 riempito le vie e piazze con piccoli negozi di vicinato a prezzi stracciati e molto competitivi. E oggi la mappa dei negozi cinesi in Italia rit calca quasi perfettamente quello della comunità. Circa il 30% degli imprenditori cinesi si concentra in due regioni, Toscana e Lombardia. E se andiamo ancora più nel dettaglio, Milano è la provincia con più imprenditori cinesi in assoluto, seguita poi da Prato e da Firenze. Ma la storia non si ferma alle vetrine. La comunità cinese conta circa 284.500 residenti regolari in Italia. 30 anni fa erano meno di 16.000. La crescita è stata rapida ma anche silenziosa e oggi circa il 23% di chi vive in Italia con cittadinanza cinese è minorenne. Dietro questi numeri però ci sono volti, ci

6:08 sono famiglie, percorsi scolastici e identità doppie. E qui non si parla più solo di negozi, si parla di seconda generazione, di figli che sono nati qui che parlano italiano come prima lingua e stanno iniziando a scegliere che cosa ereditare, che cosa no. Però tenete a mente questi ultimi dati generazionali. Perché tra poco ci ritorneremo. Intanto proviamo a tornare un attimo a noi perché se ci pensiamo bene chi di noi almeno una volta non è entrato in un bazzar cinese sotto casa? piccole cose che però servivano subito e che sapevamo che lì le avremmo sempre trovate. Grazie ai loro prezzi stracciati e alla vasta gamma di prodotti, questi bazar hanno reso più accessibili molti beni. Ma dunque, se abbiamo tutta questa crescita

6:53 demografica cinese e abbiamo prezzi economici, perché oggi le vetrine si svuotano e i cartelli di chiusura totale aumentano? >> [musica] >> Perché mentre i clienti diminuiscono, un nuovo tipo di bazzar ha preso spazio, solo che non ha una vetrina né una saracinesca, è online ed è sempre aperto e sempre più economico. E ironia della sorte, molti sono proprio di origine cinese. AliExpress, Shane, Temu sono tutte piattaforme che permettono di comprare qualunque cosa a un prezzo ancora più basso di quello del bazar sotto casa. Il tutto con la comodità di farlo dal divano. Ormai sei italiani su 10 fanno più della metà dei loro acquisti online. In un clima di

7:40 inflazione crescente dove ogni euro conta, una ricerca rivela che il 55% degli italiani considera il prezzo il fattore decisivo [musica] negli acquisti ebbene il 92% crede di poter risparmiare comprando direttamente dal produttore. Questo significa che quel cliente che un tempo girava per il bazar sotto casa alla ricerca dell'offerta migliore, oggi spesso con già il telefono in mano confronta subito i prezzi e alle volte direttamente nel negozio e ordina poi con un click dal market online di turno. Le piattaforme cinesi di fastion e di Gadget stanno moltiplicando questo effetto. Gli shop come Shane e Temu fanno concorrenza spietata ai negozi fisici, proprio perché sono aperti 24 ore su 24. Hanno sistemi di

8:26 fidelizzazione digitale. Le loro campagne sono basate su trasformare l'esperienza di acquisto in un gioco a premi. In generale questi sistemi premiano la continuità d'acquisto in molto modo più articolato di quanto avviene tipicamente [musica] in un negozio fisico. E chi è stato in un negozio cinese sa bene che l'esperienza non è proprio delle migliori, soprattutto quando chiedi informazioni per qualche prodotto e ti si dice sempre quarta corsia in fondo a destra. Le piattaforme cinesi si distinguono anche per politiche di reso flessibili e a basso costo. Spesso offrono al cliente un periodo di tempo più lungo. Il consumatore può restituire uno o più articoli gratuitamente con etichetta [musica] di reso fornita e ottenere il rimborso una volta che il venditore la riceve. Rispetto invece a un negozio fisico dove restituire può essere un

9:11 pochettino più macchinoso. Dunque queste piattaforme onine non pagando né affitti né esposizioni fisiche trasferisce quei risparmi sul prezzo finale del prodotto. In questa cornice generale i bazar cinesi, spesso piccole botteghe generaliste, sono fra le più colpite. A pesare non è soltanto la concorrenza online, ma anche costi di gestione sempre più insostenibili. affitti alle stelle, bollette energetiche in aumento. Per anni uno dei segreti dell'economia cinese è stato proprio questo. Diciamo che i soldi per aprire un'attività non arrivavano da finanziarie o da prestiti ufficiali, ma arrivavano da altri connazionali, quindi da piccoli prestiti raccolti a voce tra famiglie, amici e un sistema quindi basato sulla fiducia e sull'urgenza. E poi c'era l'altro pezzo

9:57 importante, la famiglia. Dentro al negozio si lavorava a tutti, dai genitori ai figli, agli zii. Non c'erano buste paga e né orari ufficiali, ma si tirava avanti insieme. Era un modello sì duro, ma funzionava. Oggi però quel modello sta iniziando a cedere per due motivi principali: carenza di manodopera familiare, ossia che i figli dei primi proprietari nati e cresciuti in Italia non sono più disposti a lavorare 12 o 14 ore al giorno nel negozio di famiglia. E così si inizia ad assumere persone esterne, dunque bengalesi, egiziani, italiani, persone che si lavorano a ore con contratti, con contributi, tutti costi che prima non c'erano o che semplicemente restavano dentro casa. Il risultato è un profitto sempre più ridotto. Se un tempo il margine netto di

10:42 un bazzar poteva giustificare il sacrificio personale, oggi la concorrenza spietata e le spese fisse lo rendono un business a rischio, spingendo quindi molti imprenditori a liquidare lo stock e chiudere definitivamente. E così uno dopo l'altro molti negozi iniziano a chiudere come il famoso salvae euro di strada Bixio 87 a Parma, ossia il primo bazzar cinese della città. Aerto nel 2004 ha chiuso i battenti lo scorso anno dopo quasi 20 anni di attività. un punto di riferimento per il quartiere che segnava, senza saperlo in quel tempo, l'inizio di una nuova stagione del commercio. Ma il punto non è solo economico, come abbiam detto, qualcosa sta cambiando anche nelle persone che quei negozi li hanno ereditati, perché mentre i genitori aprivano i figli

11:28 studiavano e ora che tocca a loro decidere le priorità non sono più le stesse. Parlavamo prima delle nuove generazioni e sì, questo è un punto chiave perché oggi siamo già nella seconda, in certi casi anche nella terza generazione cinese nata in Italia e la mentalità è un'altra. Mentre per i loro genitori il possesso di un'attività commerciale era il massimo traguardo raggiungibile dopo anni distinti. Per molti figli nati e cresciuti in Italia la gestione di un bazzar è ormai vista come un passo indietro. Questi giovani hanno studiato nelle università italiane ed europee e oggi fanno i medici, gli avvocati, gli ingegneri, i designer. Alcuni hanno

12:15 scelto di restare proprio nella relazione con la Cina, ma su un altro piano, come ad esempio l'anong, che ha fondato uno studio legale internazionale a Roma, aiutando le imprese a investire tra Italia e Cina. dunque un modo diverso per usare la propria storia, non più dietro un bancone di casalinghi, ma nel cuore di trattative internazionali. La stessa cultura, lo stesso sguardo, ma portato altrove. Questo crea un punto critico perché quando i genitori raggiungono l'età della pensione nessuno vuole subentrare e non ci sono neanche nuovi flussi migratori pronti a prendere quel posto. Il negozio semplicemente chiude. Dunque la comunità si integra, sale di livello, ma lascia indietro un certo tipo di lavoro, quello invisibile,

13:01 faticoso, quotidiano. A questo si aggiunge un altro fattore, la fecondità cala. Anche tra le famiglie cinesi si fanno meno figli e quando in famiglia c'è solo un figlio tutto converge su di lui. Aspettative, investimenti, futuro, si punta in alto e si investe in educazione e in mobilità sociale. E così, con meno figli e obiettivi più alti la possibilità di continuare l'attività di famiglia si allontana sempre di più. Il risultato è che pochi nipoti subentrano nei negozi, mentre molti preferiscono tornare in Cina, dove l'economia offre nuove opportunità. In effetti, con la crescita interna cinese e programmi governativi di sviluppo, alcuni decidono di investire o trasferirsi nel paese d'origine. Insomma, il sogno di gestire un piccolo bazar in Italia fa sempre meno gola alle

13:49 nuove generazioni. Inoltre, il governo di Pechino sta intensificando gli sforzi per recuperare i capitali e i talenti all'estero che offrono condizioni migliori per la produzione e l'operatività delle imprese che decidono di tornare a casa. Ma attenzione, non è solo una ritirata, è anche una scelta, perché chi ha il coraggio di chiudere spesso è anche pronto a ricominciare da un'idea nuova. Dietro le chiusure non c'è solo crisi, ma anche cambiamento. Molti imprenditori cinesi stanno reinventando la loro attività, aprendo locali più redditizi. Pensiamo ad esempio ai ristoranti e ai locali di cucina asiatica. Secondo un recente osservatorio fra ottobre 2022 e settembre 2023, ben il 17% delle nuove

14:35 aperture di ristoranti in Italia era di cucina orientale, superando perfino le pizzerie, cioè il 15%. Oggi molte famiglie cinesi investono in sushi bar, ramen shop o negozi di bubble tea. Sono attività che richiedono investimenti maggiori inizialmente, ma offrono margini più alti rispetto ai bazar. Il formato Olukenit permette di generare volumi di fatturato altissimi con utili netti che possono oscillare tra i 35.000 e i €75.000 annui, cifre ormai quasi impossibili da raggiungere per un bazzar tradizionale. La comunità cinese ha compreso che il consumatore italiano è disposto a spendere di più per il cibo che per gli oggetti e dunque ha agito di conseguenza convertendo magazzini polverosi in

15:21 ristoranti dal design moderno in tempi record. Questo esodo di imprenditori e capitali lascia vuoti i locali commerciali delle nostre periferie, segnando la fine dell'epoca d'oro del bazzar etnico. Dunque, perché i bazzar cinesi chiudono? L'esplosione degli acquisti su internet e l'espansione di piattaforme cinesi a basso costo che hanno eroso un grosso bacino di clienti, riducendo margini storici di questi negozi. A questo si aggiungono dinamiche interne alla comunità. Il passaggio generazionale è complicato, i giovani cercano ormai strade diverse e la crescita economica in Cina invita molti a tornare. Il risultato qual è? È un'Italia in cui bazzar cinesi di una volta lasciano il posto a nuove attività orientali e a grandi complessi commerciali. Le strade si svuotano, ma

16:07 non si fermano i cambiamenti. Alcuni lamentano una perdita culturale, però altri vedono la naturale evoluzione di un mercato. Forse la domanda nasce spontanea e che cosa accadrà ora? Forse sopravvivranno solo i negozi più strutturati, come le catene di import, oppure nasceranno nuove formule. Certo, è vero, la cultura cinese può avere difetti come tutte, ma anche un merito raro. Sa leggere il presente con lucidità e non si aggrappa al passato e quando qualcosa non funziona più cambia. Lo fa senza nostalgia, senza retorica. Se un negozio non rende lo chiude. Se un'idea funziona meglio, la insegue. E forse è questo proprio il punto da capire. Quando un modello è finito è avere il coraggio di lasciarlo andare, che sia un bazzar, che sia un sistema o semplicemente un'abitudine. E allora ti

16:53 lascio con una domanda. Cosa stiamo lasciando andare noi senza accorgercene? E cosa invece stiamo trattenendo che in realtà non ci serve più? Se sei arrivato fino qui o ti piace il tema o ti incuriosisce a sapere il perché. In ogni caso metti un like e iscriviti. Io sono Riccardo Elias e noi ci vediamo a un prossimo video.

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